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Società

Violenza giovanile, disuguaglianze e povertà educativa: i dati ISTAT 2026

La necessità di una risposta strutturale centrata sulla scuola

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, alla luce dei recenti episodi
di cronaca e delle evidenze emerse dalle principali banche dati nazionali e internazionali, ritiene
necessario affrontare il tema della violenza giovanile con una lettura più ampia, rigorosa e non
riducibile alla sola dimensione dell’ordine pubblico.
I dati più aggiornati non confermano l’idea di un’esplosione generalizzata della criminalità minorile
in Italia. Il rapporto Disarmati di Save the Children, pubblicato nel 2026, evidenzia che il nostro
Paese continua a collocarsi tra quelli europei con livelli relativamente contenuti di criminalità
minorile, ma segnala al tempo stesso un mutamento preoccupante nella qualità dei comportamenti
violenti: aumentano rapine, lesioni personali, risse e, soprattutto, il porto abusivo di armi o oggetti
atti a offendere, passato da 778 minorenni segnalati nel 2019 a 1.946 nel 2024.
Il problema, dunque, non è soltanto quantitativo. È culturale, educativo e sociale. La violenza
giovanile appare sempre più spesso come il punto terminale di un processo di impoverimento
materiale e simbolico, in cui si intrecciano fragilità economica, perdita di fiducia, dispersione
scolastica, solitudine familiare, assenza di spazi aggregativi, degrado urbano e difficoltà nella
gestione delle emozioni. Parlare solo di devianza significa osservare il fenomeno quando è già
esploso; occorre invece interrogarsi sulle condizioni che lo rendono possibile.
I dati ISTAT più recenti confermano la profondità del quadro sociale. Nel 2025 la quota di
popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale si attesta al 22,6%, pari a circa 13 milioni e
265 mila persone. Il dato migliora lievemente rispetto al 2024, ma resta strutturalmente elevato e
fortemente diseguale sul piano territoriale: il Mezzogiorno rimane l’area con la maggiore incidenza,
pari al 38,4%, mentre il Nord-est registra il valore più basso, pari all’11,3%.
Ancora più significativo è il dato sui minori. Le rilevazioni ISTAT indicano che oltre 1 milione e
283 mila bambini e adolescenti vivono in povertà assoluta, pari al 13,8% della popolazione
minorile. È un’informazione decisiva perché mostra come la povertà in Italia colpisca con
particolare intensità proprio le fasce più giovani, cioè quelle che avrebbero maggiore bisogno di
protezione, continuità educativa e opportunità di crescita.
Tale condizione non determina automaticamente comportamenti violenti, e sarebbe fuorviante
stabilire un nesso meccanico tra povertà e devianza. Tuttavia, le principali ricerche internazionali
mostrano che le disuguaglianze economiche e culturali incidono sui percorsi di vita quando non
vengono compensate da istituzioni educative forti. James Heckman ha dimostrato come gli
investimenti educativi precoci, soprattutto verso i bambini provenienti da contesti svantaggiati,
producano effetti duraturi sul capitale umano, sulla capacità di autoregolazione e sulla
partecipazione sociale.
Allo stesso modo, gli studi sociologici sulla coesione comunitaria e sulla “collective efficacy”
hanno evidenziato che nei territori in cui si indeboliscono fiducia, controllo sociale positivo e reti
educative, aumenta la vulnerabilità dei giovani rispetto ai comportamenti antisociali. La violenza, in
questa prospettiva, non è solo un gesto individuale, ma il sintomo di una comunità che non riesce
più a produrre contenimento, riconoscimento e prospettiva.
La scuola è il luogo in cui questa frattura può essere intercettata prima che diventi marginalità
conclamata. Il Rapporto INVALSI 2025 segnala che la dispersione implicita torna all’8,7%, dopo il
6,6% del 2024, pur collocandosi in un trend di medio periodo più favorevole rispetto al 2021. Ciò
significa che una quota significativa di studenti arriva al termine del percorso scolastico senza
competenze fondamentali adeguate, restando formalmente dentro il sistema ma sostanzialmente
lontana da una piena cittadinanza culturale.

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