La Procura di Roma ha, a quanto pare, iscritto nel registro degli indagati un ex magistrato della Corte dei Conti, un avvocato e un imprenditore con le accuse di corruzione e rivelazione di segreti d’ufficio in merito ad atti legati alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina. L’indagine, coordinata dai magistrati della Capitale, si concentra su presunti scambi illeciti di informazioni e favori legati alle procedure amministrative e di controllo dell’operazione. La misura colpisce nello specifico un ex presidente aggiunto della Corte dei Conti, un legale e un esponente del mondo imprenditoriale. I reati contestati sarebbero: corruzione e rivelazione del segreto d’ufficio. Le forze dell’ordine hanno eseguito perquisizioni e sequestri di documenti utili a ricostruire i passaggi dei dossier riservati riguardanti il progetto.
Il commento di Antonio De Luca del MoVimento 5 Stelle
l’ex Presidente Aggiunto della Corte dei Conti, Tommaso Miele, l’ex plenipotenziario di Salvini,
all’epoca dei fatti Consigliere di Amministrazione della società Stretto di Messina, Giacomo
Saccomanno e l’ingegnere reggino-romano Vincenzo Virgiglio abbiano configurato i reati di
corruzione per l'esercizio della funzione, corruzione per atto contrario ai doveri d'ufficio, corruzione
attiva e rivelazione o utilizzazione di segreti d'ufficio, e se ci siano stati altri tentativi ci
“abboccamento” per aggiustare la decisione della Corte dei Conti.
Di sicuro quest’ombra è la spia del fallimento clamoroso del metodo pervicacemente attivato dal
Governo e dalla società Stretto di Messina: il metodo delle scorciatoie. Che rischiano a volte di
condurre al precipizio.
Fosse provata la corruzione, saremmo alla scorciatoia più immorale, quella che porta al precipizio,
ma in realtà è dall’inizio di questo vergognoso balletto che il Governo cerca di bruciare i tempi,
ridurre le verifiche, accorciare i termini per le osservazioni del pubblico, eludere i controlli, evitare
le procedure dovute per legge e, forse, cercare di “addolcire” pareri, decisioni e sentenze degli
organismi terzi. Anche cambiare le leggi nel tentativo (impossibile) di aggirare le norme europee è
una scorciatoia immorale e illusoria, che alla fine porta alla paralisi. Con un pachiderma (la società
Stretto di Messina) che costa un botto ai cittadini per non raggiungere nessun risultato fissato e
annunciato. Da quando è stata riscostruita e nuovamente affidata alla guida di Pietro Ciucci ha
fallito tutti gli obiettivi fissati, tutti i cronoprogrammi solennemente approvati.
E se per aggirare la paralisi si tenta la corruzione, il quadro si fa fosco, e l’AD della Società Stretto
di Messina non può uscirsene solo dicendo: “la Società non risulta coinvolta”. Chi amministra
un’azienda che fallisce per tre anni di fila tutti gli obiettivi posti e dal cui seno emerge un “fumus” di
corruzione su cui (come minimo) non ha avuto alcuna capacità di controllo, dovrebbe fare un’unica
cosa: dimettersi. Oppure dovrebbe venir rimosso dai vertici politici. Non accadrà. E qualcosa dovrà
pur significare.










