Messina, 24 Agosto 2026 – Il destino di Palazzo Formento, una delle poche testimonianze settecentesche rimaste in piedi a Messina dopo i terremoti del 1783 e del 1908, torna a essere una questione che va ben oltre il semplice recupero di un edificio. Il palazzo, lungo il viale della Libertà e a ridosso del borgo del Ringo, è ormai da anni in condizioni difficili e il recente cedimento di una parte del tetto, seguito dal sequestro della struttura, ha reso ancora più evidente una situazione che non può essere rimandata all’infinito.
Il punto, però, è capire cosa si intenda davvero quando si parla di salvare Palazzo Formento. Perché è abbastanza semplice, soprattutto in una città che ha una memoria storica così travagliata, dire che il Comune dovrebbe comprarlo, oppure procedere con un esproprio, e che davanti a un bene di questo valore il pubblico non può tirarsi indietro. È una posizione comprensibile, e in parte anche condivisibile sul piano del principio. Ma il principio, da solo, non restaura un tetto e soprattutto non paga la manutenzione di un edificio vincolato per i decenni successivi.
È proprio qui che, a mio avviso, diventa interessante la posizione dell’assessore alla Cultura Enzo Caruso, che invita a non fermarsi alla fotografia dell’emergenza e a ragionare invece su quello che accadrà dopo l’eventuale acquisizione. Perché comprare Palazzo Formento con denaro pubblico potrebbe essere certamente un modo per sottrarlo alla situazione attuale, ma non significa automaticamente aver risolto il problema. Anzi, il rischio è di averne aggiunto uno nuovo, e non piccolo.
Un immobile storico di queste dimensioni richiede risorse importanti per il recupero, poi progettazione, autorizzazioni, manutenzione, gestione e una funzione che sia realmente sostenibile nel tempo. Messina conosce bene il problema delle strutture pubbliche che, una volta recuperate o anche soltanto acquisite, finiscono per restare sospese in una specie di limbo amministrativo. Non sarebbe una vittoria vedere Palazzo Formento diventare un altro contenitore vuoto, magari restaurato dopo anni e poi nuovamente chiuso perché non ci sono i soldi, il personale o un progetto credibile per utilizzarlo.
Per questo la questione del privato non dovrebbe essere affrontata con automatica diffidenza, quasi che l’ingresso di un investitore significhi necessariamente la perdita dell’identità del palazzo. Palazzo Formento è sottoposto al vincolo della Soprintendenza e la sua tutela non dipende dal fatto che sulla carta il proprietario sia il Comune, la Regione o un soggetto privato. Ci sono regole, vincoli e procedure che devono essere rispettati in ogni caso e che rendono molto più complicato, per fortuna, trasformare liberamente un edificio storico di questo tipo.
La vera domanda, allora, non è tanto chi debba mettere la firma sull’atto di proprietà, ma chi abbia la capacità concreta di mettere in sicurezza il palazzo, restaurarlo e soprattutto dargli una funzione capace di mantenerlo vivo. Se un investitore serio fosse disposto a mettere sul tavolo capitali rilevanti per recuperare l’edificio e trasformarlo in una struttura ricettiva di qualità, in uno spazio culturale, in un luogo per attività professionali o in una combinazione di queste funzioni, sarebbe davvero così scandaloso valutarne l’ipotesi?
Io credo di no. Anzi, credo che sarebbe sbagliato non farlo.
Naturalmente non basta trovare qualcuno disposto a spendere. Servono garanzie precise sul progetto, sulla qualità del restauro e sulla destinazione dell’immobile, e serve soprattutto che la parte pubblica controlli con attenzione il rispetto del vincolo e dell’interesse storico del bene. Ma questo è diverso dal pensare che l’unica forma possibile di tutela sia l’acquisizione pubblica.
In una città come Messina, dove le risorse non sono infinite e le emergenze da affrontare sono numerose, anche la cultura del recupero deve fare i conti con la realtà. E la realtà dice che un palazzo storico abbandonato non viene salvato dal semplice fatto di diventare comunale. Se non ci sono le risorse per intervenire in tempi ragionevoli e un progetto per farlo vivere, il rischio è soltanto quello di spostare il problema da un proprietario all’altro.
Il Ringo, tra l’altro, avrebbe tutto da guadagnare da un intervento di questo tipo. Un palazzo storico affacciato sullo Stretto, se recuperato con criterio e inserito in un progetto serio, potrebbe diventare un punto di attrazione e non l’ennesima testimonianza di quello che Messina avrebbe potuto fare e non ha fatto.
La posizione di Caruso, dunque, merita forse di essere giudicata con meno pregiudizio. Non perché il pubblico debba disinteressarsi del problema (chi mi segue e conosce sa che, di norma, non faccio sconti su questo), ma perché la responsabilità pubblica può consistere anche nel creare le condizioni perché un bene venga recuperato bene e in tempi accettabili, utilizzando tutte le possibilità disponibili. Compreso il capitale privato, quando questo arriva dentro un quadro di regole chiare e di tutela effettiva.
Alla fine la scelta dovrebbe essere abbastanza semplice, anche se semplice non è la soluzione. Palazzo Formento va salvato e va salvato presto. Se il Comune avesse risorse, progetto e capacità gestionale per farlo direttamente, sarebbe una strada da prendere seriamente in considerazione. Se invece esiste un soggetto privato disposto a investire davvero nel recupero, garantendo la conservazione dell’edificio e una funzione utile alla città, non vedo perché Messina dovrebbe rinunciare a priori a questa possibilità.
La cosa peggiore sarebbe trasformare Palazzo Formento in una battaglia ideologica tra pubblico e privato mentre il tetto continua a cedere e il tempo passa. Di fronte a un edificio che ha attraversato terremoti, ricostruzioni e oltre un secolo di storia messinese, forse il modo più concreto di rispettarne la memoria è proprio quello di smettere di discutere soltanto su chi debba salvarlo e cominciare a chiedersi chi sia realmente in grado di farlo.
Mariateresa Zagone










