Foto di: Antonio De Felice
C’è la musica. Ci sono i colori, le bandiere, i sorrisi e la voglia di stare insieme. Ma c’è soprattutto una parola che attraversa il corteo dello Stretto Pride 2026 : DIRITTI.
Messina torna in strada e lo fa per festeggiare, ma anche e soprattutto per Ricordare, per Rivendicare, per dire che Esistere non è una concessione e che nessuno dovrebbe essere costretto a chiedere il permesso per essere ciò che è.
È questo il senso dello Stretto Pride, la manifestazione che ha portato in strada una partecipazione ampia e trasversale. Una giornata di festa che non rinuncia alla sua anima politica e che, nel segno dello slogan “Sulla rotta dei diritti”, tiene insieme presente e memoria.
Sul carro si alternano voci diverse. Ci sono gli studenti, l’associazione Genitori Gay, Emergency. Ci sono le Assessore Comunali Liana Cannata e Alessandra Calafiore. Ci sono testimonianze e interventi che, uno dopo l’altro, riportano il Pride alla sua ragione originaria: essere visibili, prendere parola, occupare lo spazio pubblico e rivendicare diritti.
Perché il Pride, è il messaggio lanciato dal carro, non può essere soltanto una festa.
«Il Pride deve disturbare»
A scandire con forza questo concetto è la drag queen Priscilla, madrina dell’evento.
«Il Pride è presenza, rivendicazione e memoria». Una frase che diventa quasi la chiave di lettura dell’intera giornata.
Presenza, perché esserci significa sottrarre corpi e identità all’invisibilità. Rivendicazione, perché i diritti non sono concessioni e non possono dipendere dalla disponibilità di qualcuno ad accettare l’esistenza degli altri. Memoria, perché ogni conquista nasce da una storia di lotte.
E proprio per questo, dice Priscilla, il Pride è un atto politico e deve disturbare.
Deve disturbare una normalità , che troppo spesso pretende di stabilire chi può essere considerato normale e chi no. Deve disturbare chi pensa che per vivere liberamente occorra prima ottenere un’autorizzazione.
Il messaggio è netto: basta con l’idea che qualcuno possa decidere se una persona abbia il diritto di esistere, amare, vestirsi, parlare, vivere la propria identità nel modo che sente più autentico.
«Dobbiamo dire stop a chi decide che dobbiamo chiedere il permesso di esistere o di essere in un certo modo».
È una frase che attraversa la folla e riporta il Pride alla sua dimensione più profonda: quella di una protesta contro ogni forma di imposizione e discriminazione.
A testa alta, dopo anni in cui ci hanno insegnato a chinare la testa.
C’è poi il tema del coraggio.
Dopo essere stati educati, in tanti modi, a nascondersi, a non esporsi, a non disturbare, il Pride diventa anche la celebrazione di chi decide di vivere a testa alta.
Ma quella testa alta non è soltanto un gesto individuale, è anche il risultato di una storia collettiva.
Priscilla richiama la responsabilità di raccogliere la lotta di chi è venuto prima: di quelle persone che sono state picchiate, arrestate, perseguitate e uccise perché hanno avuto il coraggio di rivendicare la propria libertà.
La memoria, dunque, non è un capitolo chiuso. È parte del presente.
Ricordare significa sapere che molti dei diritti oggi considerati acquisiti sono arrivati dopo battaglie difficili. E significa anche comprendere che ciò che è stato conquistato può essere rimesso in discussione se viene meno la capacità di difenderlo.
La scuola, il consenso e quel «no» che deve essere un no, in qualunque momento venga pronunciato.
Tra i temi affrontati durante la manifestazione anche quello dell’educazione sessuale e di genere.
Un tema che continua a dividere il dibattito pubblico, ma che dal carro dello Stretto Pride viene posto innanzitutto come una questione di educazione al rispetto.
Educare alle differenze non significa, è stato ribadito, condizionare le menti. Significa fornire strumenti per conoscere se stessi e gli altri, comprendere le relazioni, riconoscere i limiti e imparare il valore del consenso.
Significa anche insegnare, con chiarezza, che un NO è un no.
La scuola viene così indicata, come uno dei luoghi fondamentali nei quali costruire una cultura del rispetto, prevenire la violenza e contrastare stereotipi e discriminazioni prima che diventino comportamenti radicati.
Dal palco alla Palestina: il Pride guarda oltre se stesso.
La giornata ha affrontato anche il tema della Palestina, allargando la riflessione dai diritti della comunità LGBTQIA+ alla più generale difesa dei diritti umani.
È una scelta che restituisce al Pride, una dimensione più ampia: quella di una piazza che non vuole occuparsi soltanto di ciò che riguarda direttamente la propria comunità, ma interrogarsi sulle ingiustizie e sulle violazioni dei diritti ovunque si manifestino.
Perché la libertà, il diritto all’autodeterminazione e la dignità della persona non possono avere confini.
Una piazza plurale.
La presenza degli studenti, delle associazioni e delle istituzioni ha dato alla manifestazione un carattere fortemente trasversale.
Sul carro, accanto alle voci della comunità LGBTQIA+, hanno trovato spazio realtà impegnate su altri fronti sociali e umanitari. Una pluralità che racconta un Pride non chiuso dentro una sola rivendicazione, ma capace di mettere in relazione battaglie diverse.
Anche la presenza delle Assessore Cannata e Calafiore testimonia il rapporto tra la manifestazione e le istituzioni cittadine, chiamate non soltanto a partecipare alla giornata, ma a trasformare i principi di inclusione e pari opportunità in politiche concrete.
Perché il punto, alla fine, è proprio questo: il Pride dura un giorno, la battaglia per i diritti no.
E così Messina festeggia, balla e riempie le strade. Ma mentre l’arcobaleno attraversa la Città, resta forte il messaggio politico della giornata.
Non è una festa per chiedere di essere accettati.
È una festa per ricordare che nessuno dovrebbe avere il potere di decidere chi merita di esistere.
È memoria di chi ha combattuto prima.
È voce di chi combatte oggi.
È spazio per chi ancora non riesce a vivere liberamente la propria identità.
E soprattutto è quella testa alta che, dopo anni trascorsi a chiedere permesso, oggi dice semplicemente:
Siamo qui. Esistiamo. E non intendiamo più chinare la testa.
La Storia del Pride
Il Pride nasce ufficialmente con i moti di Stonewall a New York nella notte tra il 27 e il 28 giugno 1969. La polizia fece irruzione nello Stonewall Inn, un bar frequentato da persone omosessuali e transessuali nel Greenwich Village. Per la prima volta la comunità reagì con forza contro le continue violenze e discriminazioni. Esattamente un anno dopo, il 28 giugno 1970, si tenne la prima marcia commemorativa per ricordare la rivolta e rivendicare i diritti civili. In Italia, le prime azioni pubbliche risalgono agli anni ’70, a partire dalla protesta di Sanremo del 1972. Il primo Pride nazionale, ovvero il primo corteo ufficiale in Italia si tenne a Roma nel 1994.










