Quest’anno il World Mayor Prize — uno dei riconoscimenti internazionali
più prestigiosi per sindaci impegnati nella vita delle loro comunità – è
rimasto senza vincitore. Per la prima volta dalla sua istituzione nel 2004,
le candidature sono state troppo poche: appena 14 sindaci da tutto il
mondo hanno presentato proposte, insufficienti per assegnare il premio.
Eppure, in questo elenco sparuto di nomi spiccano due italiani: Gaetano
Manfredi, sindaco di una grande metropoli come Napoli, e Francesco
Iarrera, primo cittadino di Oliveri, un comune siciliano di poco più di
2.000 anime in provincia di Messina.
Questa dicotomia — tra città importanti e paesi piccoli, tra grandi
scenari urbani e periferie spesso dimenticate — racconta molto di più di
una semplice graduatoria: mette in luce una tensione profonda
nell’amministrare oggi.
Oliveri non è una capitale mondiale. È un borgo ai piedi del promontorio di
Tindari, con un volto semplice e un tessuto sociale che può sembrare
marginale nella geografia globale. Eppure la candidatura di Iarrera al
World Mayor Prize porta con sé un messaggio: la buona politica non è
questione di grandezza, ma di responsabilità e prossimità.
Come lo stesso Iarrera racconta nel pezzo di Vita, la politica locale —
soprattutto nei piccoli Comuni — si gioca quotidianamente “in mezzo alla
gente”, a contatto diretto con chi ogni giorno affronta difficoltà
economiche, marginalità sociale, precarietà educativa e fragilità digitale.
Essere sindaco, in contesti come Oliveri, significa essere sindaco-operai:
lavorare senza glamour, confrontarsi con risorse ridotte e provvedere a
bisogni concreti anche con strumenti scarni, spesso adottando
“provvedimenti tampone” per tamponare emergenze che in realtà
richiederebbero risposte strutturali.
Iarrera dice chiaramente che i Comuni non hanno molte risorse e che
buona parte del lavoro politico resta quello di fare da interfaccia tra
Stato e cittadini, cercando di intercettare fondi e risorse per rispondere
ai bisogni sociali del territorio. Questo in una realtà in cui spesso “aiuti”
promessi restano sulla carta e i trasferimenti si riducono, mentre i
giovani lasciano i piccoli paesi per cercare altrove opportunità e servizi.
Quello che emerge, soprattutto nelle parole del giornalista di Vita, è un
ritratto di sindaci “tra solitudine e disincanto”. Il tema della povertà —
filo conduttore dell’edizione 2025 del World Mayor Prize — non è apparso
come una vetrina attraente per candidature di alto profilo, ma è stato
affrontato con coraggio da realtà come Oliveri.
La candidatura di Iarrera serve allora anche a ricordare che:
la lotta alla povertà non è uno slogan, ma un lavoro quotidiano
tra persone reali;
i piccoli Comuni sono laboratori di politica concreta, dove non si
rincorrono grandi numeri ma si affrontano grandi problemi;
la politica locale può essere esempio di buona amministrazione,
non perché spettacolare, ma perché radicata nei bisogni e nelle
relazioni della comunità.
Oliveri non ha le risorse di una grande città, ma può testimoniare una
forma di leadership che guarda alla sostenibilità sociale, alla cura dei
più fragili e alla dignità collettiva. In questo senso, la sua presenza nella
rosa dei candidati al World Mayor Prize diventa simbolo di una politica
che parte dal basso e che, proprio per questo, ha qualcosa da insegnare a
chi governa realtà più grandi.










