
Ci sono storie che parlano di inclusione senza mai pronunciare la parola inclusione. È forse questo il senso più profondo del post scritto dal sindaco di Oliveri, Francesco Iarrera, e diventato in poche ore un piccolo racconto collettivo, fatto di condivisioni, apprezzamenti e commenti.
Comincia con un ricordo personale.
Aveva circa otto anni quando suo padre tornò a casa con un ospite. Si chiamava Giuseppe, o almeno così si faceva chiamare in Italia. Aveva un copricapo ed era nero. «Un marocchino», come si diceva allora nei piccoli paesi. Bastava il colore della pelle per mettere un’etichetta. Non servivano altre informazioni. 

Poi accadde qualcosa di molto semplice: Giuseppe tornò a cena. E tornò ancora.
Quella che all’inizio era stata una presenza estranea diventò lentamente una presenza familiare. Tanto che quel bambino, quando sentiva rientrare il padre, guardava oltre le sue spalle per vedere se ci fosse anche Giuseppe. È una scena semplice. Ma dentro quella scena c’è una lezione enorme.
Forse il pregiudizio funziona proprio così: costruisce un muro che impedisce di vedere chi c’è dall’altra parte. Poi arriva una cena, una battuta, una storia personale, un gesto di amicizia. E il muro comincia a sgretolarsi.
Il sindaco racconta quindi una realtà che a Oliveri non è fatta soltanto di parole. Nove degli undici ragazzi ospitati nel centro di accoglienza hanno trovato un lavoro. In pizzeria, nei bar, nei cantieri, in fiera. Nove ragazzi che stanno iniziando a costruire, con le proprie mani, un pezzo della loro vita.
Non sono più semplicemente «ragazzi del centro». Sono quelli che lavorano con te, che incontri per strada, che conosci, che saluti, che magari hai visto crescere o hai aiutato nei primi passi. E allora cambia anche lo sguardo. Perché quando una persona smette di essere un’etichetta e diventa un volto, un nome, una storia, diventa molto più difficile costruirle un muro davanti.
Dietro uno di quei sorrisi c’è Abdullah, che in Italia si fa chiamare Franco, Franco Nero. Ha compiuto 18 anni da pochi giorni. Viene dal Gambia. Prima di salire su una barca «sgarrupata», come la definisce il sindaco, ha trascorso un periodo in un campo profughi in Tunisia. La sua storia, scrive Iarrera, verrà raccontata se lui vorrà.
Ed è forse proprio quel «se vorrà» a dire molto. Perché inclusione significa anche questo: rispettare una persona abbastanza da non appropriarsi della sua storia. Non trasformarla in uno slogan. Non usarla per dimostrare una tesi. Lasciarle il diritto di raccontarsi quando sarà pronta.
Poi, certo, ci sono le sofferenze. Ci sono le difficoltà. Ci sono storie che fanno male. Ma ci sono anche la determinazione, il lavoro, la speranza. E soprattutto ci sono le opportunità.
«Il resto può farlo la vita», conclude il sindaco.
Forse è proprio qui che sta la differenza tra costruire muri e costruire comunità. I muri dividono chi è dentro da chi è fuori. Le comunità, invece, provano a conoscere. E quando conoscono, spesso scoprono che dall’altra parte non c’era un problema da tenere a distanza, ma una persona che chiedeva semplicemente un’opportunità.
È difficile leggere storie come questa e non pensare alla candidatura di Oliveri al Solidarity Prize 2026. Perché la solidarietà, alla fine, non è soltanto una parola da scrivere su un manifesto.
È una porta aperta.
È una cena condivisa.
È un lavoro trovato.
È qualcuno che smette di essere «uno di loro» e diventa semplicemente «uno di noi».
È una cena condivisa.
È un lavoro trovato.
È qualcuno che smette di essere «uno di loro» e diventa semplicemente «uno di noi».
E forse è proprio questo che rende una comunità degna di essere raccontata.










