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Quando la comunicazione diventa politica: il caso di Oliveri

Iarrera raramente costruisce la narrazione intorno a se stesso. Mette al centro un bambino, un’associazione, un’iniziativa, un risultato, un operaio, un volontario, una manifestazione, un gesto.

 


In tutti questi anni abbiamo assistito a un’esposizione mediatica di Oliveri e del suo primo cittadino che, per un paese di poco più di duemila abitanti, ha pochi precedenti.
Bravura, non bravura. Meriti, non meriti. Iniziative riuscite, altre magari meno. Si può discutere di tutto.
Ma c’è un dato che è difficile negare: Francesco Iarrera ha capito prima di molti altri che oggi un sindaco non comunica soltanto attraverso gli atti amministrativi. Comunica attraverso le persone. Attraverso le storie. Attraverso ciò che accade ogni giorno.
Iarrera non è un fenomeno. È un ragazzo che si è adeguato ai tempi. Ha capito il mondo 2.0 e ha utilizzato i social per rendere visibile ciò che accade a Oliveri. Racconta le iniziative, i traguardi, gli obiettivi, le piccole cose, le persone. E soprattutto racconta Oliveri.
Probabilmente molte delle cose che accadono a Oliveri accadono anche in altri comuni. La differenza è che altrove spesso vengono comunicate in maniera istituzionale, attraverso un comunicato, una fotografia ufficiale, qualche riga. Poi passano. A Oliveri, invece, diventano una storia.
È questa la vera intuizione di Iarrera. Non racconta il sindaco. Racconta quello che fa il sindaco. E sembra una differenza sottile, ma non lo è affatto.
Iarrera raramente costruisce la narrazione intorno a se stesso. Mette al centro un bambino, un’associazione, un’iniziativa, un risultato, un operaio, un volontario, una manifestazione, un gesto. E così, quasi senza accorgersene, finisce dentro la narrazione anche lui. Non ha avuto bisogno di costruirsi un personaggio. Ha costruito un racconto. E forse è proprio per questo che funziona.
Scrive bene. Parla bene. Sa scegliere le parole. Sa usare una fotografia. Sa trasformare una piccola notizia in qualcosa che può essere condiviso. Non ha bisogno di un addetto stampa. In qualche modo, il suo addetto stampa migliore è lui stesso. E fa notizia anche quando non cerca di farla. Lo abbiamo visto ancora oggi.
In una giornata delicata, con il rischio incendi che in Sicilia è una realtà concreta, il suo post non racconta un risultato, non promuove un’iniziativa, non celebra Oliveri. Avvisa: “È stato segnalato un incendio sul territorio.” Poi informa dell’attivazione del COC, della Protezione Civile, invita alla calma, chiede di non avvicinarsi alle zone interessate e di non intralciare le operazioni.
Una comunicazione semplice. Quasi ordinaria. Ma dentro quella comunicazione c’è tutto il suo modo di fare comunicazione: esserci e raccontare che si è lì. E questa volta la cosa più importante non è il post. È che lui sarà lì. In mezzo alle persone, insieme a chi sta lavorando per gestire l’emergenza.
E oggi, più che parlare di comunicazione, viene spontaneo parlare di prudenza. Ci auguriamo che l’incendio rimanga sotto controllo, che non ci siano conseguenze per le persone, per le abitazioni, per il territorio. Perché quando il caldo aumenta e il rischio incendi cresce, non esistono post belli o brutti, sindaci bravi o meno bravi. Esiste una comunità che deve essere protetta.
E forse anche questo spiega una parte del successo mediatico di Iarrera. Non si limita a raccontare Oliveri quando tutto va bene. Racconta Oliveri anche quando bisogna stare attenti.
Alla fine, il suo vero talento potrebbe essere molto più semplice di quanto sembri: ha capito che un paese non è soltanto ciò che un’amministrazione fa. È ciò che le persone vivono. E lui, nel bene e nel male, ha imparato a raccontarlo.
Adesso speriamo soltanto che questa sia una di quelle storie che finiscono presto. Che l’incendio non faccia paura a nessuno. Che Oliveri resti al sicuro. E che domani Iarrera possa tornare a raccontarci, come sempre, una delle sus piccole grandi storie di paese.

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