Dopo la presentazione delle liste — non priva di polemiche sui dubbi circa l’obbligo di raccolta firme per quelle a supporto di Basile sindaco, nonostante la presentazione da parte di un partito rappresentato all’ARS (e quindi teoricamente esentato) — e i timori di confusione tra simboli molto simili sulla scheda, inizia ufficialmente la corsa per Palazzo Zanca.
La risoluzione, o il semplice accantonamento, di quello che Marcello Scurria definisce un “giallo torbido” e che Antonella Russo bolla come una penalizzante “partecipazione a chilo”, vengono rinviati a dopo il voto. Nel frattempo, Cateno De Luca liquida le contestazioni come semplice propaganda e gravi tentativi di pressione, supportati — a suo dire — anche dalla Sottosegretaria Matilde Siracusano, arrivando a invitare il Presidente Schifani ad assumere le difese dei dirigenti regionali coinvolti.
Ora il confronto si sposta su un terreno più concreto: il programma della Città Metropolitana e il suo ruolo nelle dinamiche di sviluppo della Regione dello Stretto. Una visione necessaria per un tessuto sociale sfilacciato da un lungo processo di depauperamento. In passato, grazie a massicci investimenti statali e regionali, il territorio vantava eccellenze produttive e istituzionali: gli opifici delle Ferrovie dello Stato, le basi della Marina Militare, i cantieri navali, l’Ospedale Militare e il Distretto dell’Esercito, oltre a poli ospedalieri d’alta specializzazione. Un indotto vitale che garantiva benessere a migliaia di famiglie.
Oggi quello scenario è sbiadito. Molti di quei lavoratori sono diventati “dipendenti INPS” che sostengono i figli emigrati al Nord: un paradosso doloroso in cui le risorse locali fuggono altrove, accelerando l’invecchiamento e il decremento demografico della città.
Qualcuno, a ragione, potrà obiettare che in quel periodo d’oro sedevano in Consiglio Comunale esponenti di rilievo nazionale. La Messina di allora schierava sui banchi del consesso cittadino figure del calibro di Nicola Capria e Gianpiero D’Alia (Ministri), Saverio D’Aquino e Dino Madaudo (Sottosegretari), oltre a parlamentari come Antonio Andò, Nanni Ricevuto, Enzo Palumbo, Giuseppe Mangiapane, Mimmo Nania, Salvatore Ragno, Nino Germanà e Antonio Miceli. A questi si aggiungeva la folta rappresentanza all’ARS, con Paolo Piccione (Presidente dell’Assemblea) e assessori regionali come Salvatore Natoli, Pippo D’Andrea, Luciano Ordile, Pino Merlino, Antonio D’Aquino e il deputato Giovanni Davoli.
Una compagine di tutto rispetto, arricchita da prestigiosi leader nazionali come Nino Gullotti (più volte Ministro), Salvatore D’Alia, Giuseppe Astone e Francesco Cimino (Sottosegretari), che riuscivano a orientare con decisione anche le scelte del governo siciliano. Non a caso, dal 1991 al 1995 furono eletti consecutivamente tre Presidenti della Regione messinesi: Vincenzo Leanza, Giuseppe Campione e Francesco Martino. La storia ricorda anche l’elezione di Salvatore Natoli, che si dimise lo stesso giorno della nomina.
La sfida per i candidati odierni, dunque, non è più soltanto amministrativa, ma esistenziale. Non si tratta solo di gestire l’ordinario, ma di invertire una rotta che rischia di trasformare Messina in un guscio vuoto: una città ricca di storia e di un glorioso passato politico, ma oggi tragicamente in cerca di un futuro produttivo.
Lillo Zaffino










