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Allarme rosso, la città metropolitana di Messina si sta spopolando

Tratteggiato il quadro drammatico, ora si rende necessario reagire per invertire una tendenza negativa che ci porterebbe alla deriva

I numeri, come sempre, sono impietosi. Ma dicono la verità.

I recenti dati statistici sulla salute socio-economica in Italia hanno rilevato il grave decremento demografico e la pesante contrazione del sistema economico dell’area messinese. Non è più una sensazione, non è più un lamento da bar. È una fotografia certificata, ed è drammatica.

Messina, da tempo, è precipitata al 91° posto su 107 Province nella Classifica Qualità della Vita del Sole 24 Ore. Novantunesima. Dietro di noi quasi solo il resto di un Sud abbandonato a se stesso. E se andiamo a guardare le due voci che contano davvero per il futuro, la caduta è ancora più verticale: 97° posto per ricchezza e consumi, 99° per affari e lavoro.

Preoccupante è il processo di spopolamento ormai consolidato negli ultimi anni. In città nel 1981 eravamo circa 260 mila abitanti. Oggi siamo a 216 mila e rischiamo nel breve periodo di scendere sotto la soglia dei 200 mila, con possibili effetti anche sulle risorse economiche trasferite dallo Stato e dalla Regione. Perché un Comune che si rimpicciolisce conta di meno, pesa di meno, riceve di meno.

Lo stesso decremento si registra nell’intera Provincia, dove nel 2021 eravamo più di 600 mila e oggi siamo sotto questa soglia. I paesi dei Nebrodi, dei Peloritani, della Valle dell’Alcantara si svuotano, chiudono le scuole, chiudono i negozi, chiudono le speranze.

A questo desolante quadro si aggiunge la fragilità socio-economica confermata dai dati Istat più recenti, che hanno destato l’allarme dei sindacati dei lavoratori e delle organizzazioni imprenditoriali messinesi. Un messinese su tre vive in una famiglia a basso reddito. Quasi il 28% dei giovani tra i 15 e i 29 anni non studia e non lavora. Un giovane su tre, a Messina, è costretto a scegliere tra l’emigrazione e l’attesa.

Il depauperamento del territorio coincide con un disimpegno dello Stato a sostegno del sistema infrastrutturale peloritano. E qui bisogna dirlo con chiarezza, senza giri di parole: Messina non si è impoverita da sola. È stata impoverita.

Un colpo mortale è stato inferto quando importanti aziende statali hanno declassato il ruolo della Città dello Stretto. A cominciare da quello storico di importante nodo ferroviario nazionale.

Con decisioni calate dall’alto, le F.S. hanno smantellato quattro impianti riparatori di materiale rotabile che occupavano più di 1.500 lavoratori. A quali si aggiungevano centinaia di addetti delle aziende dell’indotto. Nello stesso tempo, sopprimevano i treni di collegamento tra la Sicilia e il Continente, riducendo drasticamente la funzione di traghettamento dei convogli ferroviari.

Messina, che era la porta ferroviaria d’Italia verso la Sicilia, è diventata una stazione di transito. Il Treno del Sole, il Conca d’Oro, la Freccia del Sud, il Treno dell’Etna: cancellati. Le Officine di Messina: chiuse. La linea Alcantara-Randazzo: dismessa. Un’ecatombe sul sistema produttivo dell’area dello Stretto.

Un altro catastrofico evento si è verificato quando il Ministero della Difesa, dopo decenni di impegno nella zona falcata, la più pregiata e nobile della città, ha deciso di chiudere l’Arsenale Militare e trasferire l’importante Comando ad Augusta, sede nata come dipendente da Messina.

Non tanto la beffa, ma la perdita di altre centinaia di posti di lavoro. Con il decreto del 20 gennaio 1998 l’Arsenale di Messina viene declassato, nel 2001 passa all’Agenzia Industrie Difesa, il 1° novembre 2002 il Comando Militare Marittimo della Sicilia, il MARISICILIA, viene trasferito ad Augusta. Il 31 marzo 2011 l’ultimo militare della Marina lascia l’Arsenale. Dopo 151 anni di storia, Messina perde il suo Ammiragliato.

Al mancato trasferimento di risorse statali, si è sommato anche il disimpegno delle imprese private, a cominciare dalla Pirelli, dall’ Imsa e dalla Rodriquez, costretti a chiudere i battenti delle loro aziende.

La Pirelli di Villafranca Tirrena, con 1.720 operai a rischio nel 1992 e 750 in cassa integrazione l’anno dopo. L’ Imsa, azienda del gruppo Rodriquez, chiusa tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta. La Rodriquez Cantieri Navali, fondata a Messina nel 1887, inventrice dell’aliscafo, chiusa e incorporata nel 2012. Tre simboli industriali cancellati in vent’anni.

Tratteggiato il quadro drammatico, ora si rende necessario reagire per invertire una tendenza negativa che ci porterebbe alla deriva.

Il movimento sindacale, con la CGIL, ha già programmato per il 20 novembre uno sciopero generale per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’esigenza di mobilitarsi per creare le precondizioni dello sviluppo.

Non è uno sciopero contro qualcuno. È uno sciopero per qualcosa: per il lavoro, per i giovani, per il diritto di restare a Messina senza dover chiedere il permesso a nessuno.

Perché Messina non vuole elemosine, né commemorazioni. Vuole quello che le è stato tolto: infrastrutture, industria, dignità. E lo vuole adesso, prima che l’allarme rosso diventi un necrologio.

Lillo Zaffino

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