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La Vara di Messina, la Fede oltre il folclore: il grido di una città che affida a Maria il proprio dolore

Il grido “Viva Maria” da avvio alla processione e accompagna tutto il percorso dando coraggio nei momenti più difficili

La Vara non è soltanto una machina votiva, una tradizione secolare o uno degli appuntamenti più spettacolari del Ferragosto siciliano. Nella sera del 15 agosto 2026, durante la processione dell’Assunta, Messina ha mostrato ancora una volta il volto più intimo della propria devozione: quello di una comunità che, dietro il clamore del «Viva Maria» e la forza dei tiratori, affida alla Vergine le proprie ferite, le proprie speranze e i propri morti.

Un’edizione particolare, quella del 2026, segnata dal centenario della «rinascita» della processione. Nel 1926, dopo l’interruzione seguita al terremoto del 1908 e agli anni della Prima guerra mondiale, la Vara tornò infatti a percorrere le strade della Città. Un anniversario celebrato quest’anno con particolare sobrietà, anche per il lutto provocato dalla tragedia di Pistunina e dalle vittime della strada: niente fuochi d’artificio, ma una devozione alla Madonna Assunta attraversata dal dolore e dalla solidarietà.

Dalla preparazione alla partenza

La giornata era iniziata con i preparativi in piazza Castronovo e con le tradizionali operazioni legate alle gomene, mentre in Cattedrale si celebrava il solenne pontificale. Nel pomeriggio, centinaia di tiratori si sono raccolti attorno alla machina votiva, pronti a compiere il lungo percorso verso piazza Duomo. La processione è partita alle 18.31, con il grido «Viva Maria», dando avvio alla tradizione più sentita a Messina.

Fin dai primi metri non sono mancate le difficoltà. Dopo il primo breve strappo, sul viale Giostra, la Vara ha dovuto fermarsi, probabilmente anche per una caduta. Poco dopo un altro stop è stato necessario per soccorrere un tiratore che avrebbe accusato un malore. La machina ha quindi ripreso il cammino, ma il percorso è apparso quest’anno particolarmente lento e impegnativo, con diverse cadute e momenti nei quali i tiratori hanno dovuto fermarsi per recuperare le forze, anche per il caldo torrido.

Sono state proprio la fatica fisica, la concentrazione e la disciplina dei tiratori a scandire buona parte del percorso. A piedi nudi, sulle superfici bagnate e sotto il peso della lunga tradizione che rappresentano, uomini e donne hanno continuato a tirare le corde, guidati dalle indicazioni dei capicorda e dei segnalatori. Le gomene, lunghe circa 120 metri ciascuna, hanno costituito ancora una volta il legame materiale tra la machina votiva e il popolo della Vara.

L’omaggio davanti alla Prefettura

Uno dei passaggi più significativi si è verificato davanti al Palazzo del Governo. Intorno alle 19.26, tra il suono delle campane, le invocazioni e il grido «W Maria», la Vara è arrivata davanti alla Prefettura.

Qui si è stato rinnovato il tradizionale omaggio floreale: la Prefetta, S.E. ,Cosima Di Stani, ha deposto dei fiori ai piedi della machina votiva. Al suo fianco erano presenti il Sindaco ,Federico Basile e l’Arcivescovo di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela, Monsignor Giovanni Accolla, a testimoniare la partecipazione congiunta delle Istituzioni civili e religiose a uno degli appuntamenti più rappresentativi della Città.

Ma anche questo passaggio istituzionale ha assunto quest’anno un tono diverso. La Prefetta ha ricordato la tragedia di Pistunina e, per rispetto delle vittime, non è stata aperta la tradizionale balconata della Prefettura. Un gesto di sobrietà che ha rispecchiato il clima particolare dell’edizione 2026.

Dalla Prefettura al Comune, tra istituzioni e simboli della Città

La processione ha quindi proseguito lungo via Garibaldi. Intorno alle 19.52 la Vara ha raggiunto la zona Boccetta e, poco dopo le 20, è arrivata davanti a Palazzo Zanca, dove l’attendevano i Giganti Mata e Grifone.

Anche questo passaggio ha assunto un significato particolare: accanto al simbolo religioso della Vara, i due Giganti hanno richiamato l’altra dimensione identitaria della città, quella di Messina come luogo di incontro tra culture e popoli.

La presenza istituzionale ha accompagnato dunque la processione lungo il percorso: il Sindaco Basile, la Prefetta Di Stani, l’Arcivescovo Accolla e le rappresentanze delle Istituzioni civili e delle forze impegnate nella sicurezza e nell’assistenza alla manifestazione. La stessa preghiera di Mons. Angemi ha esplicitamente affidato alla Vergine anche le Istituzioni civili e militari, chiedendo protezione per quanti sono chiamati a servire la comunità.

Le criticità e la grande prova dei tiratori

La processione ha richiesto quest’anno particolare attenzione. Le soste provocate dalle cadute e dal malore di un tiratore hanno rallentato la marcia, mentre la stanchezza è diventata evidente con il passare delle ore. Le cronache hanno parlato di una Vara «molto lenta», con parecchie cadute e numerosi tiratori in difficoltà nel camminare dopo lo sforzo compiuto.

La complessità della manovra, la presenza di migliaia di persone e la necessità di mantenere il controllo delle lunghe gomene rendono da sempre la processione un appuntamento che richiede un imponente dispositivo di sicurezza e assistenza. Le forze dell’Ordine, la Protezione Civile, i soccorritori e il personale impegnato nella gestione dell’evento hanno accompagnato il percorso, intervenendo nei momenti di necessità.

Le difficoltà, tuttavia, non hanno interrotto il rito. A ogni ripartenza è tornato il grido «Viva Maria», mentre i capicorda incitavano i tiratori e i segnalatori coordinavano i movimenti della machina.

La girata, il momento della verità

Dopo il passaggio davanti al Comune, la Vara ha raggiunto il tratto decisivo di via Garibaldi. Alle 20.26 la macchina votiva si è avvicinata a via Primo Settembre, dove avrebbe dovuto compiere la tradizionale girata.

È il momento più delicato della processione: le due gomene devono essere riposizionate e migliaia di tiratori devono cambiare disposizione affinché la Vara possa ruotare di 180 gradi e imboccare la strada verso piazza Duomo.

Le operazioni sono andate avanti per quasi un’ora. Alle 21.17 venivano ancora sistemate le corde, mentre la stanchezza dei tiratori diventava sempre più evidente. Alle 21.29, però, la manovra si è compiuta: la Vara ha effettuato la girata e ha potuto proseguire verso il Duomo.

È stato il momento nel quale la tensione accumulata lungo il percorso si è sciolta in un’esplosione di gioia. La grande macchina votiva ha ripreso lentamente la propria marcia, accompagnata dai canti, dalle preghiere e dalle acclamazioni della folla.

L’arrivo in piazza Duomo

Alle 21.40 la Vara è arrivata davanti alla Cattedrale. Le corde sono state progressivamente tagliate, mentre il cappellano Mons. Antonello Angemi ha ricordato il centenario della ripresa della processione e ha nuovamente richiamato le sofferenze che hanno segnato Messina nelle ultime settimane. Alla fine, un applauso è stato rivolto alle vittime della tragedia di Pistunina e a quanti hanno perso la vita.

È stato a questo punto che la dimensione spettacolare della processione ha lasciato definitivamente spazio a quella religiosa.

Prima dell’intervento dell’Arcivescovo, la piazza ha accolto canti antichi e un momento musicale dedicato alla Vergine, quindi Mons. Accolla ha rivolto il suo messaggio alla Città.

«Non è solo folclore»: la preghiera di Mons. Angemi

Ed è proprio nel momento della girata, dopo l’arrivo dei vessilli e mentre la complessa manovra teneva impegnati tiratori e capicorda, che il cappellano della Vara, mons. Antonello Angemi, ha guidato uno dei momenti di preghiera più intensi della giornata.

«Tanta gente con le lacrime», ha osservato, ricordando le persone che affidano alla Vergine la propria vita e i propri dolori. E proprio da quella partecipazione è arrivata una risposta netta a chi considera la Vara soltanto un fenomeno folkloristico: «Quest’anno abbiamo dimostrato ancora una volta che non è così».

La preghiera ha attraversato l’intero mistero dell’Assunzione. Maria è stata invocata come Madre della Misericordia, Madre della Speranza, Consolatrice degli afflitti, Salute degli infermi, Regina del cielo. Le litanie hanno accompagnato la folla mentre la Vara compiva lentamente la propria girata.

Poi la riflessione sulla Risurrezione. Partendo dalla Prima lettera di San Paolo ai Corinzi — «Come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo» — Angemi ha spiegato che l’Assunzione di Maria non è soltanto una verità riguardante la Vergine, ma una promessa rivolta a ogni uomo.

Maria è la prima, dopo Cristo, a vivere pienamente la Risurrezione. Il suo corpo non ha conosciuto la corruzione del sepolcro e diventa così il segno di una speranza destinata a tutti.

«La morte non ha l’ultima parola», è stato il cuore della riflessione. E da questa certezza la predicazione è passata alla vita concreta: anche l’uomo può «risorgere» dalle proprie morti interiori, dalle disperazioni, dai lutti e dalle prove.

Da qui il canto «Andrò a vederla un dì», trasformato in una domanda rivolta alla folla: «Ma voi ci pensate che un domani, un dì, andremo a vedere Maria?». La risposta è stata affidata al canto corale e alla speranza.

Il dolore di Messina consegnato alla Vergine

La preghiera ha poi assunto il volto della cronaca. Mons. Angemi ha ricordato le vittime del crollo di Pistunina, le persone ancora disperse e quanti sono morti sulle strade.

«Quanto dolore in questa città», ha detto, raccogliendo in un’unica invocazione il lutto collettivo e quello personale. La tragedia pubblica è diventata così parte delle migliaia di tragedie private portate davanti alla Vara: i genitori che hanno perso un figlio, le famiglie spezzate, i malati, gli anziani soli, chi è senza lavoro, chi è costretto a lasciare Messina.

«Madre Assunta, benedici la nostra città» è stata l’invocazione ripetuta.

Una preghiera per le famiglie, perché siano custodite nella comunione; per i bambini e i giovani; per gli anziani e i malati; per la Chiesa messinese; per le istituzioni civili e militari; per gli amministratori. E, soprattutto, una richiesta di risveglio.

«Salva questa Città dalla rassegnazione», ha invocato Angemi. «Salva questa città dalle tante morti che la soffocano. Salva questa città dall’apatia». Poi l’appello: «Svegliaci, Maria».

Le luci dei telefoni e il «Viva Maria»

Uno dei momenti più suggestivi è arrivato quando il cappellano ha invitato la folla ad accendere le luci dei telefoni cellulari. Un cielo di piccoli punti luminosi ha accompagnato il canto «Santa Maria del Cammino».

La scena ha restituito plasticamente il senso della serata: una città illuminata non dai tradizionali fuochi, quest’anno sospesi per rispetto delle vittime, ma dalle luci della propria gente.

E quando Angemi ha ringraziato i tiratori per lo sforzo compiuto, la piazza ha risposto con un altro applauso. La machina votiva, le corde, la fatica fisica e la preghiera sono apparsi ancora una volta come elementi inseparabili di un rito che continua a vivere nella partecipazione popolare.

La parola dell’Arcivescovo

A chiudere il momento religioso è stato l’Arcivescovo Giovanni Accolla.

Il suo primo pensiero è andato alla gente di Messina: «Grazie a tutta la gente di Messina», perché la presenza della folla testimonia, nelle sue parole, «un cuore aperto ad accogliere la Vergine Maria» e contemporaneamente ad accogliere «il fratello che ci sta accanto».

Accolla ha sottolineato la doppia dimensione della festa: celebrazione e solidarietà, gioia e attenzione verso chi soffre. Maria, ha ricordato, ha accompagnato Gesù fino al Calvario ed è per questo «la Vergine delle lacrime», ma anche la Vergine della consolazione e dell’Assunzione.

Al centro del messaggio, l’umiltà. L’Arcivescovo ha indicato in Maria un modello di vita e di Chiesa, fondata sull’obbedienza alla volontà del Padre e sul servizio.

Prima della benedizione, un’Ave Maria recitata insieme ha raccolto idealmente la folla attorno alla figura dell’Assunta.

Una Vara più sobria, ma non meno partecipata e densa di emozioni.

L’edizione 2026 ha dunque avuto una caratteristica precisa: la festa non è stata cancellata dal dolore, ma attraversata dal dolore.

Il centenario della «rinascita» è stato celebrato senza i fuochi d’artificio previsti dalla tradizione, proprio per rispetto verso le vittime di Pistunina. Al loro posto sono rimasti i canti, le preghiere, le luci della folla e il silenzio di alcuni momenti.

La presenza delle Istituzioni civili, militari e religiose ha sottolineato il carattere collettivo dell’appuntamento. Il Comune, la Prefettura, l’Arcidiocesi e le strutture impegnate nella sicurezza e nell’assistenza hanno accompagnato un rito che, ancora una volta, ha coinvolto l’intera Città.

E così, alle fine della lunga giornata, la Vara ha mostrato entrambe le sue anime: quella della grande festa popolare e quella della devozione.

È spettacolo e tradizione, certamente. È memoria storica e patrimonio culturale. Ma per chi quelle corde le tira, per chi cammina accanto alla machina votiva e per chi, anche da lontano, affida a Maria una persona cara, un dolore o una speranza, è soprattutto un atto di fede.

Quando dalla folla è tornato a levarsi il grido «W Maria!», non era soltanto il segnale della festa.

Era il grido di una città ferita che, proprio nel giorno dell’Assunta, ha scelto ancora una volta di affidarsi a sua Madre

e di chiederle di restare in mezzo ai suoi figli.

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