La democrazia ha le sue liturgie e, a volte, i suoi paradossi. Domenica scorsa, l’insediamento del nuovo Consiglio comunale a Palazzo Zanca ha restituito la fotografia plastica dell’ultima tornata elettorale: un’aula dominata da una “maggioranza bulgara” di 20 consiglieri su 32, tutti espressione di un unico simbolo, Sud chiama Nord. Ai margini, una minoranza frammentata e ridimensionata si spartisce i 12 scranni rimanenti.
Per il sindaco Federico Basile si tratta, sulla carta, di un trionfo assoluto. Le sue dimissioni anticipate erano state motivate dal logorio nei rapporti con il precedente Consiglio, accusato di frenare l’azione della Giunta. Le opposizioni avevano gridato al bluff, parlando di una città “abbandonata” per assecondare le ambizioni regionali del leader Cateno De Luca. Ma la politica, si sa, non si fa con i rimpianti: acqua passata non macina più. I messinesi hanno parlato chiaro, blindando Basile con un consenso plebiscitario.
Archiviate le urne, si apre la partita più complessa: quella della gestione del potere. Governare con numeri così schiaccianti è un vantaggio, ma nasconde un’insidia: la gestione delle aspettative interne. Tra i banchi della maggioranza le legittime aspirazioni personali corrono veloci, e c’è da scommettere che i vertici del partito farebbero bene a fare scorta di Maalox, farmaco d’ordinanza per curare i prevedibili mal di pancia dei futuri esclusi.
Tuttavia, l’equilibrio di Palazzo Zanca non può esaurirsi in una spartizione interna a Sud chiama Nord. Cercare un’intesa istituzionale con le minoranze non è solo un atto di bon ton democratico, ma una mossa strategica a lungo termine: in vista delle elezioni regionali, i ponti gettati oggi potrebbero trasformarsi nelle alleanze di domani.
Il caso delle Commissioni Il primo vero scontro in aula ha già surriscaldato il clima. La decisione di far salire le Commissioni consiliari da sei a otto (portando i membri fino a 25) ha scatenato le bordate “ad alzo zero” del Partito Democratico e del gruppo Marcello Scurria Sindaco.
Le opposizioni accusano la maggioranza di aver inaugurato la legislatura riesumando la logica del “gettonificio”: moltiplicare le poltrone per accontentare quanti più eletti possibile, scaricando i costi della politica nelle tasche dei cittadini. La replica della maggioranza? Un muro di gomma. La delibera è passata senza sfumature e senza accennare a un confronto reale.
La partita, comunque, è appena iniziata. Sul tavolo restano ancora la vicepresidenza del Consiglio e le presidenze delle singole Commissioni. Saranno questi i veri banchi di prova per testare la tenuta delle opposizioni, fino ad oggi apparse “distinte e distanti”, e per capire se i dodici consiglieri di minoranza riusciranno a trovare una linea comune.
Il buon governo di una città come Messina richiede una linea di demarcazione netta tra chi esercita il potere esecutivo e chi è chiamato a controllare e, soprattutto, a dare un indirizzo politico. Una maggioranza schiacciante non deve diventare un pretesto per l’autosufficienza. I messinesi non chiedono prove di forza muscolari, ma un impegno maturo e condiviso che metta al centro, finalmente, il futuro della città.
Lillo Zaffino










