Il regista Guillermo del Toro riscrive la celebre favola di “Pinocchio” in un film d’animazione disponibile su Netflix dallo scorso 9 Dicembre. Più che riscrive sarebbe corretto dire che Del Toro reinventa il “Pinocchio” di Collodi. Della favola senza tempo che tutti noi conosciamo e abbiamo amato resta ben poco.
Non è l’ennesimo adattamento, non è una riscrittura, è un reiventare il testo perché possa trasmettere un messaggio nuovo, perché il semplice burattino possa divenire un messaggero di libertà. Pinocchio nasce anche in questo caso dalle abili mani di Geppetto, un uomo distrutto dal dolore dopo aver visto morire il figlio Carlo in un bombardamento aereo. Sono gli anni della Seconda guerra mondiale, gli anni in cui tutti gli Italiani sono sotto il duro controllo del Duce, il “Dolce” come lo chiama Pinocchio. A dare la vita a quest’ultimo, a far sì che non resti un semplice pezzo di legno è uno spirito del bosco, che in comune con la fata turchina ha solo il colore del suo corpo. Pinocchio ricerca la celebrità, diventa una facile preda del Conte Volpe, calcherà i palcoscenici di tutta Italia fino ad arrivare ad essere ammirato anche dal Duce. Il burattino di Del Toro non si perde in alcuna Isola del piacere, non si tramuta in asino ma viene arruolato nell’esercito giovanile di Mussolini. Impara a giocare alla guerra. Scopre che è immortale, dialoga sottoterra con la Morte. Ad accompagnarlo è ciò che resta del Grillo parlante, Sebastian, un grillo- scrittore in cerca di fortuna e poi, in un secondo momento, la simpatica scimmia Spazzatura.
Chi sopravvive dei personaggi nati dalla penna di Collodi? Sostanzialmente nessuno. Geppetto diventa un padre che desidera ardentemente che Pinocchio sia ciò che era Carlo, Pinocchio è un burattino ribelle, anti-fascista. Gli altri personaggi sono difficilmente raffrontabili con i loro antecedenti, da Collodi al capolavoro cinematografico della Disney.
Senza voler fare i puristi, dopo la visione di questa versione di “Pinocchio” sorge spontaneo un interrogativo: perché reinventare in questo modo un classico senza tempo? Quale si immagina sia il destinatario di questo prodotto cinematografico? I bambini non potrebbero cogliere i riferimenti storico-politici, il voler fare di Pinocchio l’immagine di colui che si ribella, che prende le distanze da un sistema ormai consolidato. Non potrebbero comprendere, nemmeno, i dialoghi di Pinocchio con la Morte, le regole per mantenere l’immortalità. E poi, è educativo, è consono, in un contesto come quello che stiamo vivendo, mostrare ai bambini come si gioca alla guerra? Direi che il film dall’indubbia qualità grafica, è più destinato a un pubblico adulto. Un pubblico che per apprezzarlo dovrebbe dimenticarsi Collodi e tutte le trasposizioni cinematografiche del romanzo realizzate in questi anni, dalla Disney a Benigni. Dovrebbe far proprie le parole dette da Pinocchio a Geppetto “Io non sono Carlo”. Pinocchio non è ciò che per Geppetto era il piccolo Carlo, Del Toro non è Collodi. Non ha voglia di riproporre, di riportare in vita il classico di Collodi ma desidera dar vita un’altra storia liberamente ispirata alla celebre favola. Tenendo presente tutto ciò e maturando un approccio diverso, forse, qualche adulto potrà apprezzare ciò che questo film d’animazione ha da dire.










