Ci sono artisti che lasciano opere e artisti che lasciano anche un modo di guardare il mondo, una specie di febbre, un’inquietudine buona che ti si attacca addosso e non ti abbandona più. Stello Quartarone era così, uno che non riuscivi a mettere a posto in una definizione, e di certo non lo avrebbe voluto nemmeno lui, perché tutta la sua vita è stata una disobbedienza alle forme già date, alle cose che devono servire a qualcosa, alle idee rassicuranti di ciò che è arte e di ciò che non lo è. Con la sua morte Messina perde un artista autentico, ma soprattutto una presenza irriducibile, di quelle che non fanno rumore per imporsi e tuttavia lasciano un vuoto difficile da colmare.
«Non puoi realizzare nulla di così bello quanto la natura. Essa non si può imitare». Lo diceva spesso, e in questa frase c’era tutto Stello, il suo stupore mai consumato, la consapevolezza che la materia possiede una vita propria e che l’artista, piuttosto che dominarla, deve saperla ascoltare, provocare, accompagnare fino a quel punto in cui accade qualcosa che prima non c’era. Legno, metallo, pece, resine, plastiche, stoffe, ceralacca, colori liberati dai loro contenitori e lasciati incontrare, niente era troppo umile o troppo strano per diventare una creatura. Bastava che passasse dalle sue mani, mani capaci di fare quello che la mente vedeva senza bisogno di disegnarlo prima, senza chiedere il permesso a nessuna regola.
Il nonno lo chiamava faber, perché già da ragazzo si chiudeva per ore nel suo laboratorio, e quel nome gli è rimasto addosso come una seconda pelle. Stello era un artefice nel senso più antico e fisico della parola, uno che lavorava, sperimentava, sbagliava, ricominciava, capace di trascorrere giornate intere nel proprio studio senza perdere la fame di fare. Autodidatta, sì, ma non nel senso di chi è rimasto fuori dalla cultura, piuttosto in quello di chi se l’è andata a cercare dove sentiva che poteva servirgli, attraversandola senza soggezione, tenendosi la libertà di non assomigliare a nessuno.
Nel 2017, curando Alter/Native al Monte di Pietà, ho provato a entrare in questo universo e a restituirne la complessità, dietro un’apparenza che poteva sembrare giocosa, persino infantile. Un centinaio di opere e tre installazioni costruivano un percorso intorno alla dualità e all’armonizzazione degli opposti, attraverso gli archetipi junghiani di Anima e Animus. Al centro c’era il Liber Novus, il Libro Rosso di Jung, e da lì il viaggio scendeva nelle stanze dell’inconscio, tra colori, frammenti, segni e materiali che smettevano di essere quello che erano per diventare altro. Un Daimon di pece e resine, ombra e guida, introduceva a questa discesa, mentre due bambini che giocavano a palla, una volta rossi e blu e poi interamente bianchi, sembravano poter ricucire nel gioco la ferita di un mondo diviso.
Non era un’arte da spiegare una volta per tutte, quella di Stello, e nemmeno da addomesticare dentro un discorso critico. Era un’arte che chiedeva di essere attraversata, che metteva in moto qualcosa prima ancora che la ragione riuscisse a darle un nome. La sua libertà aveva una componente istintiva, quasi selvaggia, ma non era inconsapevolezza, perché dietro ogni materia c’erano conoscenza, mestiere, un’intelligenza delle mani affinata negli anni e una capacità rarissima di riconoscere il momento in cui fermarsi, quando l’opera era finalmente arrivata al punto in cui doveva essere.
E poi c’era la sua casa, la Arthouse Gallery di via Grattone, che chiamarla casa è quasi riduttivo, perché era un mondo, un organismo vivente in continua trasformazione, un autoritratto disseminato sulle pareti, nei pavimenti, nei soffitti, negli oggetti più improbabili. Ci ho portato più volte i miei alunni, proprio perché volevo che vedessero quello che nessuna lezione, nessuna riproduzione su una pagina, nessuna spiegazione avrebbe potuto restituire allo stesso modo. Volevo che si meravigliassero. Che entrassero in quel luogo e capissero, magari senza saperlo ancora dire, che la creatività non è un privilegio riservato a pochi e nemmeno una faccenda di belle cose da appendere alle pareti, ma una possibilità di stare al mondo, di guardare un oggetto e immaginare che possa diventare altro. Stello li accoglieva dentro quel suo universo con la naturalezza di chi non aveva bisogno di mettersi in scena, perché la scena era già tutta intorno a lui, costruita giorno dopo giorno con le proprie mani.
Corrado Speziale, nel suo ricordo su Scomunicando, restituisce bene anche l’uomo, la generosità, l’ironia, l’ostinazione, la disponibilità con cui accoglieva chiunque varcasse quella porta. E ricorda una frase che Stello aveva messo proprio lì, sulla porta interna della sua casa, «Il mio volare non cerca il successo… Cosa farò non lo so, posso solo sognarlo». Forse è questa la sua dichiarazione più vera, più ancora di tante opere, perché dentro c’è la sua insofferenza per le traiettorie obbligate, il suo non voler sapere in anticipo dove sarebbe arrivato, la fiducia in quel fare che si alimenta del proprio stesso farsi.
Oggi ripenso a Alter/Native, alla casa, agli alunni che guardavano tutto con gli occhi spalancati, e mi accorgo che il filo è sempre lo stesso, la possibilità di tenere insieme ciò che sembra inconciliabile, di lasciare che le differenze si incontrino senza cancellarsi, di non smettere di essere curiosi nemmeno quando si diventa adulti. Stello aveva fatto della propria vita un laboratorio aperto, senza orari e senza confini netti tra l’arte e l’esistenza, tra il lavoro e il gioco, tra la materia e il sogno.
Non so se sia possibile racchiudere una persona in un ricordo, e nel suo caso mi sembra persino ingiusto provarci. So però che la sua casa continua a esistere nella memoria di chi l’ha attraversata, che le sue opere continuano a fare quello che hanno sempre fatto, cioè spostare qualcosa dentro chi le guarda, e che quei ragazzi portati a meravigliarsi hanno incontrato, grazie a lui, un’idea di arte più larga, più libera, più necessaria.
Stello non cercava il successo, cercava forse quel punto misterioso in cui una cosa smette di essere soltanto materia e diventa vita. E da quel punto, adesso, continua a guardarci.
Mariateresa Zagone
Foto di Antonio De Felice










