A seguire la nota del Prof. Romano Pesavento Presidente CNDDU:
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani interviene in merito alla pubblicazione, da parte degli Ambiti territoriali, delle graduatorie relative alle assegnazioni provvisorie interprovinciali per l’anno scolastico 2026/2027, alla luce delle numerose segnalazioni pervenute da docenti provenienti da diverse realtà territoriali del Paese.
Dalle comunicazioni ricevute emerge un diffuso sentimento di disagio, soprattutto tra quegli insegnanti che hanno maturato una lunga esperienza professionale lontano dalla provincia o dalla regione di residenza e che, nonostante molti anni di servizio, competenze consolidate e percorsi di alta formazione, continuano a trovarsi in posizioni non favorevoli nelle graduatorie.
Si tratta di una questione che richiede equilibrio, rigore e una riflessione che non può essere ridotta alla contrapposizione tra categorie di lavoratori.
Le precedenze riconosciute dall’ordinamento, comprese quelle derivanti dalle condizioni tutelate dalla legge 5 febbraio 1992, n. 104, rispondono a esigenze di protezione sociale aventi un preciso fondamento giuridico e costituzionale. Tali garanzie devono essere rispettate e non possono essere messe in discussione attraverso improprie contrapposizioni con il principio del merito.
Ciò non esclude, tuttavia, la necessità di interrogarsi sull’equilibrio complessivo dei criteri che regolano la mobilità annuale e, in particolare, sulla limitata incidenza che assumono, nelle graduatorie per le assegnazioni provvisorie, la complessiva anzianità di servizio e i titoli culturali e professionali acquisiti nel corso della carriera.
È precisamente su questo aspetto che il CNDDU ritiene necessario aprire una riflessione.
Un docente che abbia prestato servizio per dieci, quindici o vent’anni lontano dalla propria famiglia non porta con sé soltanto un dato quantitativo di anzianità. Porta un patrimonio di esperienza professionale, competenze maturate sul campo e, molto spesso, una storia personale caratterizzata da rilevanti sacrifici economici e familiari.
A ciò si aggiunge il tema della formazione.
Da anni il sistema scolastico insiste, opportunamente, sulla necessità della formazione permanente. Ai docenti viene richiesto di aggiornarsi, ampliare le proprie competenze, conseguire specializzazioni e investire tempo e risorse economiche nella propria qualificazione professionale.
Occorre allora riconoscere l’esistenza di una contraddizione: la formazione viene indicata come elemento essenziale per la qualità del sistema scolastico, ma non sempre trova una corrispondente capacità di incidere nelle procedure che determinano aspetti fondamentali della vita professionale degli insegnanti.
Il rischio è quello di creare una distanza sempre maggiore tra formazione richiesta e formazione effettivamente riconosciuta.
Per tale ragione il CNDDU ritiene legittimo chiedersi quale configurazione assumerebbero le graduatorie attualmente pubblicate qualora, nel rispetto delle precedenze previste dall’ordinamento, venisse attribuito un peso significativamente maggiore al servizio effettivamente prestato, agli anni trascorsi fuori provincia, alla continuità dell’esperienza professionale e ai titoli culturali e accademici.
È ragionevole ritenere che una diversa ponderazione di tali elementi potrebbe determinare variazioni rilevanti e, in numerose realtà territoriali, una profonda rimodulazione dell’attuale ordine delle graduatorie.
Non si tratta di ipotizzare una riduzione delle tutele riconducibili alla legge 104/1992, né di mettere in discussione situazioni soggettive alle quali l’ordinamento riconosce specifiche garanzie. Si tratta, piuttosto, di comprendere se sia possibile costruire un sistema nel quale la tutela delle fragilità possa convivere con un riconoscimento più incisivo della storia professionale del docente.
Sarebbe pertanto utile, a giudizio del CNDDU, procedere anche a una simulazione tecnica, su dati opportunamente anonimizzati, attraverso la quale verificare quale sarebbe l’assetto delle graduatorie qualora servizio, esperienza professionale e titoli culturali assumessero un peso maggiore.
Una verifica di questo genere consentirebbe di sottrarre il dibattito alle impressioni individuali e di riportarlo sul terreno dei dati.
Potremmo comprendere quanti docenti oggi collocati nelle posizioni meno favorevoli avanzerebbero, quante posizioni rimarrebbero sostanzialmente immutate e quanto cambierebbe la composizione complessiva delle graduatorie.
Una simile analisi potrebbe inoltre offrire elementi utili per valutare se l’attuale sistema realizzi un equilibrio adeguato tra esigenze personali e familiari, tutele legislative e riconoscimento della professionalità acquisita.
Il CNDDU ritiene che questo tema assuma una particolare rilevanza con riferimento ai docenti di ruolo fuorisede.
Esiste, infatti, una condizione di precarietà che non coincide necessariamente con la precarietà contrattuale.
Un docente può essere titolare di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato e, nello stesso tempo, vivere per molti anni una condizione di profonda precarietà territoriale, familiare ed economica.
Sono migliaia gli insegnanti che hanno accettato sedi lontane dalla propria residenza per rispondere alle esigenze della scuola pubblica. Nel corso degli anni hanno sostenuto spese per affitti, viaggi, doppie utenze e trasferimenti, oltre al costo umano derivante dalla lontananza dalla famiglia e dagli affetti.
Questi docenti hanno servito lo Stato laddove lo Stato aveva necessità della loro professionalità.
Lo hanno fatto spesso confidando nella possibilità che il tempo, il servizio prestato, l’esperienza maturata e la formazione acquisita potessero progressivamente contribuire al riconoscimento della loro posizione.
È pertanto necessario evitare che lo spirito di servizio si trasformi, con il trascorrere degli anni, in una condizione permanente di svantaggio.
La complessità aumenta ulteriormente se si considera la stratificazione dei differenti meccanismi che interessano la carriera del personale scolastico: immissioni in ruolo attraverso diversi canali, comprese le GAE, passaggi di ruolo, mobilità territoriale e professionale, utilizzazioni e assegnazioni provvisorie.
All’interno di tale sistema può verificarsi che un docente con molti anni di servizio fuori sede continui a trovarsi territorialmente in una posizione meno favorevole rispetto a colleghi con una storia professionale significativamente più breve.
Il problema non riguarda la legittimità delle singole posizioni, ma la coerenza complessiva del sistema.
Quando esperienza, formazione e sacrificio professionale vengono percepiti come elementi scarsamente incidenti sulle prospettive del lavoratore, inevitabilmente si indebolisce la fiducia nella capacità dell’Amministrazione di riconoscere l’impegno individuale.
È in questo spazio che possono maturare percezioni di assistenzialismo e, nei casi più critici, il sospetto dell’esistenza di logiche clientelari.
Il CNDDU non formula accuse nei confronti di persone, categorie o istituzioni. Ritiene però che la migliore risposta a qualsiasi simile percezione sia rappresentata da un sistema fondato su criteri quanto più possibile oggettivi, predeterminati, verificabili e trasparenti.
La valorizzazione del merito, quando costruita attraverso parametri chiari e controllabili, costituisce infatti uno strumento di imparzialità dell’azione amministrativa e non un principio antagonista rispetto alla tutela dei diritti.
Per queste ragioni il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani rivolge un appello al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, affinché venga avviato un confronto istituzionale sui criteri che regolano le assegnazioni provvisorie e, più complessivamente, la mobilità annuale del personale docente.
Nel pieno rispetto delle precedenze previste dalla legge e dalla contrattazione collettiva, riteniamo opportuno valutare strumenti che consentano di attribuire maggiore rilevanza all’anzianità effettiva di servizio, agli anni prestati fuori provincia, alla continuità professionale e ai titoli culturali, accademici e di alta formazione.
Non chiediamo di ridurre diritti riconosciuti dall’ordinamento, ma di verificare se sia possibile ampliare gli spazi dell’equità.
Il Ministero che reca nella propria denominazione la parola “Merito” può assumere su questo tema un’iniziativa significativa, facendo sì che tale principio non rimanga confinato alla dimensione programmatica, ma trovi una concreta espressione anche nella valorizzazione delle carriere professionali.
La questione riguarda, in definitiva, il modello di scuola e di pubblica amministrazione che intendiamo costruire.
Uno Stato costituzionale deve essere capace di tutelare le fragilità senza rendere irrilevante il merito e di riconoscere il merito senza comprimere i diritti.
Solidarietà, imparzialità, professionalità e merito non rappresentano principi inconciliabili. Al contrario, possono e devono concorrere alla realizzazione di quella giustizia sostanziale che costituisce uno dei fondamenti della nostra Costituzione.
La scuola, più di ogni altra istituzione, dovrebbe essere coerente con i valori che quotidianamente trasmette alle nuove generazioni.
Se chiediamo ai nostri studenti di credere nello studio, nell’impegno e nella formazione, dobbiamo essere capaci di dimostrare agli insegnanti che quegli stessi valori hanno un significato concreto anche nella loro vita professionale.
Riconoscere una condizione di fragilità costituisce un dovere di civiltà. Riconoscere una lunga storia di servizio, formazione e competenza costituisce un’esigenza di equità.
Una scuola fondata sui diritti umani non dovrebbe essere chiamata a scegliere tra questi due principi, ma a trovare gli strumenti giuridici e amministrativi affinché possano convivere.










