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Bullismo in gita scolastica a Furci Siculo: il coraggio di chi rompe il silenzio restituisce fiducia nella comunità educante

La scuola non è soltanto il luogo dell’istruzione; è il primo laboratorio di convivenza democratica.

 Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda vicinanza allo studente dell’Istituto Tecnico-Professionale “Salvatore Pugliatti” di Furci Siculo e alla sua famiglia, coinvolti in una vicenda che ha suscitato forte indignazione nell’opinione pubblica e che richiama l’attenzione sull’urgenza di contrastare ogni forma di sopraffazione, umiliazione e violazione della dignità della persona.

Al di là degli accertamenti giudiziari e disciplinari in corso, che seguiranno il loro naturale percorso nelle sedi competenti, emerge con forza un elemento che merita una riflessione approfondita: la scelta della famiglia di sottrarsi alla logica della generalizzazione e di riconoscere pubblicamente il ruolo determinante svolto da quei compagni che hanno avuto il coraggio di raccontare quanto accaduto.

In un contesto sociale nel quale il dibattito pubblico tende spesso a oscillare tra condanne collettive e semplificazioni emotive, la lettera dei genitori rappresenta un esempio di straordinaria lucidità civile. Attribuire la responsabilità a chi ha commesso determinate azioni senza trasformare un episodio grave in una condanna indistinta dell’intero mondo giovanile costituisce una scelta che merita attenzione e rispetto.

Ogni episodio di bullismo, infatti, nasce all’interno di dinamiche relazionali complesse. La ricerca del consenso del gruppo, il desiderio di visibilità, la necessità di sentirsi accettati o riconosciuti possono talvolta spingere alcuni adolescenti a comportamenti che non avrebbero assunto individualmente. Quando tali dinamiche si intrecciano con l’uso dei social network, il rischio è che l’umiliazione venga trasformata in spettacolo, la sofferenza in contenuto da condividere e la vulnerabilità della vittima in occasione di intrattenimento collettivo.

Ciò che preoccupa non è soltanto il gesto in sé, ma il processo che può portare una persona a non percepire più la gravità della sofferenza altrui. Quando il confine tra scherzo e violenza si dissolve, quando il numero delle visualizzazioni sembra prevalere sul rispetto della dignità umana, si manifesta una fragilità culturale che interpella non solo i giovani, ma l’intera società adulta. Per questo motivo appare fondamentale soffermarsi sul comportamento di coloro che hanno scelto di non aderire alla logica del branco. La vicenda dimostra che accanto a chi agisce o assiste passivamente esistono ragazzi capaci di esercitare senso critico, responsabilità e autonomia di giudizio. Sono proprio queste figure a rappresentare la risorsa più preziosa per la costruzione di ambienti scolastici sani e inclusivi.

La scuola non è soltanto il luogo dell’istruzione; è il primo laboratorio di convivenza democratica. È nello spazio scolastico che si impara a riconoscere l’altro come persona portatrice di diritti, a gestire i conflitti, a comprendere il valore del limite, della reciprocità e del rispetto. Quando tali principi vengono messi in discussione, l’intera comunità è chiamata a interrogarsi, non per individuare colpe collettive, ma per rafforzare gli strumenti educativi capaci di prevenire il ripetersi di simili episodi. Particolarmente significativa appare anche la riflessione proposta dalla famiglia sul ruolo degli adulti. Nessun percorso educativo può garantire un controllo assoluto sui comportamenti dei giovani; ciò che distingue una comunità responsabile è la capacità di riconoscere gli errori, affrontarli senza giustificazioni e trasformarli in occasioni di crescita. La cultura della negazione o della minimizzazione produce soltanto ulteriori ferite; quella dell’assunzione di responsabilità apre invece la strada alla comprensione e al cambiamento.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che questa vicenda debba indurre le istituzioni scolastiche e l’intera società a investire con rinnovata convinzionenell’educazione alla cittadinanza, alla legalità, all’uso consapevole delle tecnologie digitali e alla cura delle relazioni umane. È necessario promuovere percorsi che aiutino i giovani a sviluppare empatia, capacità di immedesimazione e consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni, sia nello spazio fisico sia in quello virtuale.

La storia di questo ragazzo non racconta soltanto il dolore provocato dalla prevaricazione; racconta anche la forza della solidarietà, il valore della verità e la responsabilità di chi sceglie di non restare in silenzio. In un tempo segnato da frequenti narrazioni pessimistiche sulle nuove generazioni, il comportamento di tanti studenti coinvolti indirettamente nella vicenda dimostra che esiste una gioventù capace di riconoscere il bene comune, di difendere chi è in difficoltà e di assumersi il compito, non sempre facile, di denunciare ciò che è ingiusto.

È da questi giovani che occorre ripartire. Perché i diritti umani non si affermano soltanto attraverso le norme o le dichiarazioni di principio: prendono forma ogni volta che una persona sceglie di proteggere la dignità di un’altra persona, anche quando sarebbe più semplice voltarsi dall’altra parte.

prof. Romano Pesavento

presidente CNDDU

 

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