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Messina, un territorio che si spegne nel silenzio: Quando la desertificazione culturale diventa una scelta politica

Riflessioni a voce alta del Prof Aldo Domenico Ficara

 A Messina non si muore all’improvviso. Si spegne lentamente. Un paese alla volta. Una scuola che chiude. Un ufficio postale che abbassa la serranda. Un giovane che parte e non torna. È questa la vera desertificazione culturale della provincia messinese: non una calamità naturale, ma il risultato prevedibile di anni di abbandono, inerzia e miopia istituzionale. Oltre il 52% del territorio provinciale è in declino demografico.  A Messina 20mila abitanti in meno rispetto al 2013. Non numeri astratti, ma comunità che si svuotano, paesi che diventano dormitori di anziani, territori ridotti a cartoline malinconiche buone solo per la retorica turistica. È il paradosso messinese: una provincia estesa, ricca di storia e paesaggi, che però non riesce più a trattenere la propria linfa vitale.

Il “paese per vecchi” come destino accettato

L’indice di vecchiaia parla chiaro: 280 ultra-65enni ogni 100 giovani. Un dato che dovrebbe far tremare qualsiasi amministratore, e che invece sembra ormai accettato come una fatalità. Quando i giovani se ne vanno, non se ne va solo forza lavoro: se ne va la scuola, la banca, il presidio sanitario, il bar, la piazza. Se ne va la possibilità stessa di futuro.

E così il circolo vizioso si chiude: meno servizi, meno persone; meno persone, meno servizi. Una spirale discendente che trasforma intere aree in deserti demografici, condannati a un silenzio che non è pace, ma rassegnazione.

Cultura che scompare, territorio che si sgretola

La desertificazione culturale non è disgiunta da quella ambientale. Anzi, le due avanzano insieme. Dove l’uomo abbandona, il territorio degrada. Dove non c’è più comunità, non c’è più cura. La Sicilia rischia di vedere oltre il 70% del proprio territorio esposto alla desertificazione fisica entro il 2030, e il messinese non fa eccezione. Deforestazione, cattiva gestione delle risorse idriche, uso dissennato del suolo: ferite aperte che nessuno sembra voler davvero rimarginare.

La riforestazione dei Peloritani, avviata già nel 1924, dimostra che le soluzioni esistono. Ma oggi mancano visione, continuità e soprattutto la volontà di considerare ambiente e cultura come parti di un unico ecosistema. Senza persone, il territorio muore. Senza territorio, la comunità si dissolve.

Progetti ci sono, ma bastano?

Ci sono iniziative che vanno nella direzione giusta: strategie integrate, educazione ambientale, contrasto alla siccità. Ma restano spesso isole virtuose in un mare di disinteresse. Senza un piano strutturale che rimetta al centro le aree interne, questi interventi rischiano di essere palliativi su una ferita profonda.

La verità è scomoda: la desertificazione non è solo naturale, è antropica. È figlia di scelte politiche, o più spesso di non-scelte. È il risultato di una programmazione che guarda solo alle emergenze e mai al lungo periodo.

Il vero rischio: abituarsi al declino

Il pericolo più grande non è lo spopolamento in sé, ma l’assuefazione. L’idea che “tanto è così ovunque”, che “non si può fare nulla”. È questa rassegnazione il vero deserto, prima ancora di quello demografico o ambientale.

Messina non sta solo perdendo abitanti: sta perdendo immaginazione, ambizione, futuro. E senza una scossa culturale, senza il coraggio di investire seriamente su giovani, servizi, scuola, innovazione e cura del territorio, il silenzio demografico diventerà definitivo.

Non sarà stata una tragedia improvvisa. Sarà stata una lenta, colpevole rinuncia

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