Ci sono luoghi che non possono essere considerati semplicemente superfici disponibili per nuove trasformazioni. Luoghi nei quali ogni intervento, anche quando nasce con finalità positive, deve confrontarsi con un equilibrio costruito in tempi lunghissimi. Capo Peloro è uno di questi.
Un territorio di straordinario valore ambientale e paesaggistico, dove mare, lagune, habitat protetti e biodiversità convivono in un sistema fragile e complesso, riconosciuto attraverso gli strumenti europei della rete Natura 2000.
Ed è proprio in un luogo così delicato che si impone una domanda fondamentale: la velocità richiesta dall’attuazione del PNRR rischia di essere più rapida della capacità di valutare realmente gli effetti complessivi delle trasformazioni previste? La questione non è essere contrari allo sviluppo. La questione è capire quale sviluppo sia compatibile con un territorio che non è un contenitore vuoto, ma un sistema vivente.
Gli elefanti nella cristalleria
La metafora è semplice. Un elefante che entra in una cristalleria non è necessariamente un animale aggressivo. Può anche muoversi con le migliori intenzioni. Può portare energia, forza, cambiamento. Ma la sua presenza richiede consapevolezza dello spazio che attraversa. Perché il problema non è l’esistenza degli elefanti. Il problema è farli entrare senza aver prima compreso la fragilità della cristalleria.
Nel caso di Capo Peloro, la domanda riguarda proprio questo: stiamo valutando ogni singolo intervento separatamente oppure stiamo guardando l’intero sistema di trasformazione territoriale? Perché un ecosistema non ragiona per pratiche amministrative. La natura non distingue tra un progetto e quello successivo, tra un’opera pubblica e una privata, tra uno stralcio funzionale e un altro. Gli effetti si sommano.
L’unghia dell’elefante o l’intero elefante?
Ed è qui che emerge il tema centrale degli effetti cumulativi. La Direttiva Habitat 92/43/CEE, all’articolo 6, paragrafo 3, stabilisce che la valutazione degli interventi potenzialmente incidenti sui siti Natura 2000 debba considerare non soltanto gli effetti del singolo progetto, ma anche quelli derivanti dalla combinazione con altri piani e progetti. La parola chiave è una: insieme.
Perché un singolo intervento può apparire limitato. Una singola opera può sembrare compatibile. Ma cosa accade quando nello stesso territorio si sommano nuovi collegamenti, nuove infrastrutture, nuove funzioni, nuovi flussi turistici, nuove presenze e nuove pressioni antropiche? Il rischio è quello di valutare l’unghia dell’elefante mentre l’intero elefante sta entrando nella cristalleria: Piano Urbano Integrato di Capo Peloro.
E allora la domanda diventa inevitabile: lo stralcio III relativo alla viabilità di accesso al Parco — quale Parco, e soprattutto dentro quale visione complessiva del territorio? — sta valutando davvero il sistema nella sua interezza oppure soltanto una parte del problema? Un elefante non è soltanto la sua unghia. E un territorio fragile non può essere compreso osservando un dettaglio mentre il resto della trasformazione procede.
Il silenzio non può sostituire la conoscenza
In questo quadro destano particolare attenzione le procedure di valutazione in aree sottoposte a tutela europea, come le Zone di Protezione Speciale. Quando sono coinvolti habitat, specie protette ed equilibri ecologici riconosciuti a livello comunitario, la valutazione ambientale dovrebbe rappresentare un momento reale di approfondimento, fondato sulla conoscenza dei luoghi e sulla considerazione degli effetti diretti e indiretti.
Il trascorrere del tempo non può diventare automaticamente una forma di valutazione. La semplificazione amministrativa è uno strumento necessario, ma non può trasformarsi in una riduzione della prudenza proprio nei contesti dove la prudenza è richiesta dalla natura stessa dei luoghi. La tutela ambientale non può diventare l’ultimo passaggio formale prima dell’apertura di un cantiere.
Il DNSH: il principio che il PNRR non può dimenticare
E non è un dettaglio secondario che tra i principi cardine del PNRR vi sia proprio il DNSH: Do No Significant Harm, ovvero il principio secondo cui nessun intervento finanziato dall’Europa deve arrecare un danno significativo all’ambiente.
Non è una formula di stile. È un principio sostanziale. Nasce dalla consapevolezza che la grande stagione degli investimenti europei non può ripetere il modello di uno sviluppo che considera l’ambiente un costo da gestire dopo. Il DNSH richiama una responsabilità precisa: valutare gli effetti complessivi, anche indiretti, anche futuri, anche cumulativi.
In un territorio come Capo Peloro questo principio assume un significato ancora più forte. Perché non basta dimostrare che ogni singolo elemento, preso isolatamente, possa essere compatibile. Occorre guardare l’intera casa.
L’Europa e la responsabilità della valutazione complessiva
È difficile immaginare che le istituzioni europee chiamate a garantire gli obiettivi della rete Natura 2000 possano essere indifferenti rispetto al tema della corretta valutazione degli effetti cumulativi. Il diritto europeo sulla tutela ambientale non nasce per proteggere singoli frammenti burocratici di territorio, ma per conservare sistemi ecologici complessi.
Per questo appare difficile pensare che una valutazione possa fermarsi alla singola opera, al singolo stralcio o alla singola funzione, ignorando il contesto più ampio nel quale quella trasformazione si inserisce. La domanda rimane quindi sempre la stessa: stiamo valutando l’unghia dell’elefante o l’intero elefante?
Dare agli elefanti il loro spazio
Forse è proprio questo il significato più profondo del DNSH. Non si tratta di negare l’esistenza degli elefanti. Gli elefanti possono avere un ruolo. Possono portare investimenti, opportunità, trasformazioni positive.
Ma anche gli elefanti hanno bisogno del loro spazio. Non possono essere lasciati liberi di attraversare una cristalleria fragile, perché la loro forza — anche quando nasce dalle migliori intenzioni — può produrre conseguenze che nessuno sarà più in grado di riparare.
La vera sfida non è cacciare gli elefanti dalla casa. È costruire una casa abbastanza grande, intelligente e rispettosa da permettere a ciascuno di stare al proprio posto. Perché lo sviluppo sostenibile non significa fermare il movimento. Significa governarlo.
Significa sapere dove far passare gli elefanti, proteggere ciò che è fragile e riconoscere che una casa costruita in equilibrio vale molto più di una casa trasformata troppo velocemente e poi impossibile da ricostruire.
A Capo Peloro la domanda finale non è se il territorio debba cambiare. La domanda è se chi lo cambia abbia avuto la capacità — e il dovere — di guardare l’intera casa prima di far entrare gli elefanti.
Raffaella Spadaro