La notizia del via libera alle rampe di cantiere sulla A18 per i mezzi impegnati nella costruzione della nuova linea ferroviaria, mentre il Mit segnala che la stessa autostrada presenta criticità tali da far temere perfino una chiusura, lungi dall’essere soltanto un nuovo cortocircuito tecnico‑amministrativo, rivela un problema più profondo che, come circolo PRC, denunciamo da tempo. Manca una pianificazione complessiva, si continua a ragionare per blocchi separati – autostrada, cantieri ferroviari, centri abitati, viadotti – come se fossero elementi indipendenti, quando in realtà insistono tutti sullo stesso territorio fragile.
Il primo errore nasce all’origine del progetto. Nel momento in cui si è definita la nuova linea ferroviaria Giampilieri–Fiumefreddo non si è voluto vedere ciò che era evidente, cioè che il transito dei camion sarebbe stato insostenibile sotto ogni profilo. La sicurezza degli abitanti, esposti quotidianamente ai mezzi pesanti; l’inquinamento generato dal traffico concentrato nei centri abitati; la congestione di strade pensate per una mobilità ordinaria e trasformate in corridoi di cantiere; la limitata capacità della SS 114 e della rete locale, incapaci di assorbire per anni un flusso straordinario di veicoli. Tutto questo era prevedibile, eppure non è stato (volutamente?) considerato nella fase di progettazione. Le rampe di collegamento con l’A18 arrivano dopo, come soluzione tampone, non come parte integrante di una strategia.
Quando finalmente si è riconosciuta la necessità delle rampe, ci si è scontrati con un’altra verità (volutamente?) ignorata: lo stato critico dell’A18. Deviare il traffico pesante su viadotti classificati “ad alta attenzione strutturale” è un cortocircuito logico. Prima si evita di affrontare il problema, poi lo si utilizza come risposta, senza aver messo in sicurezza l’infrastruttura. È qui che la colpevole mancanza di visione complessiva diventa evidente. Ogni nodo viene trattato come se fosse isolato, senza chiedersi come interagisce con gli altri.
La nuova linea ferroviaria è figlia della stessa impostazione. Un’infrastruttura letteralmente calata sopra le teste dei residenti e sopra i territori, senza una riflessione integrata su paesaggio, qualità della vita, connessioni locali, sicurezza complessiva del sistema della mobilità. Ci si concentra sul tracciato, sui tempi di realizzazione, sui cantieri, ma non sul sistema nel suo insieme, che comprende autostrade, statali, viabilità urbana ma anche ambiente, salute, economia locale e qualità della vita.
Finché si continuerà a progettare per compartimenti stagni e per soddisfare le logiche del profitto e non dei bisogni della popolazione – prima il binario, poi le rampe, poi forse l’autostrada, poi forse i centri abitati – le criticità non verranno risolte ma semplicemente spostate da un punto all’altro della mappa, lasciando ai cittadini l’onere di subirne le conseguenze.
Il territorio, invece, le vive tutte insieme, contemporaneamente. Bisogna ripartire, da una pianificazione che tenga insieme infrastrutture, persone e luoghi, invece di trattarli come problemi separati da gestire a colpi di deroghe e soluzioni tampone. Bisogna uscire da questa logica frammentata che non solo non previene le emergenze ma volutamente le produce.










