Ci sono sentenze che non si esauriscono nel dispositivo. Ci sono decisioni che aprono una questione più profonda, che va oltre il singolo processo e investe il rapporto tra istituzioni e cittadini. La condanna per falsa testimonianza di un appartenente all’Arma dei Carabinieri non è un fatto ordinario. Non è un episodio qualsiasi di cronaca giudiziaria. È un cortocircuito istituzionale. Un carabiniere non è un cittadino qualunque nell’esercizio delle sue funzioni. È un uomo dello Stato. È il volto della legalità nei territori. E se a farlo non è soltanto un carabiniere, ma un comandante, la questione assume un peso ancora maggiore. Chi guida una stazione, chi ha responsabilità gerarchiche e rappresenta l’Arma sul territorio, ha un dovere rafforzato di esempio e di integrità. La funzione di comando non attenua la responsabilità: la aggrava sul piano morale. Il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, sezione penale, giudice dott.ssa Noemi Genovese, ha pronunciato in data 13 febbraio 2026 sentenza di condanna di primo grado nei confronti di Antonino Maiorana, comandante della stazione dei Carabinieri di Monforte San Giorgio, per il reato di falsa testimonianza previsto dall’art. 372 del codice penale. Grazie anche al lavoro dell’avvocato Sebastiano Campanella la Procura della Repubblica aveva esercitato l’azione penale nei confronti di Maiorana in relazione a dichiarazioni rese in qualità di testimone davanti al Tribunale civile di Barcellona P.G. all’udienza del 7 dicembre 2022. L’imputazione formulata contestava all’imputato di aver affermato il falso in merito allo stato dei luoghi di un terreno sito nel comune di Milazzo. Con sentenza pronunciata in composizione monocratica, il Tribunale ha dichiarato Antonino Maiorana responsabile del reato ascritto e lo ha condannato alla pena di anni due di reclusione. La falsa testimonianza non è una leggerezza formale. È un attentato al cuore della funzione giudiziaria. Il processo si regge sulla verità delle dichiarazioni rese. Se la parola di chi indossa una divisa perde credibilità, si incrina un principio fondamentale: la fiducia. Se si afferma il falso in un’aula di tribunale, sotto giuramento, davanti a un magistrato, quale garanzia resta al cittadino quando quell’uomo esercita il proprio ruolo fuori da quell’aula? Se viene meno il rispetto della verità nel luogo deputato alla sua tutela, che cosa accade nei contesti meno visibili? Non è un processo alle istituzioni. Le istituzioni sono più grandi dei singoli. Proprio per questo devono essere più rigorose con chi le rappresenta. L’Arma dei Carabinieri è uno dei corpi più rispettati del Paese. La sua autorevolezza si fonda su disciplina, onore, lealtà. Ogni deviazione individuale pesa doppio, perché incide su un patrimonio collettivo costruito in decenni. La questione non è giuridica soltanto. È di compatibilità. È di opportunità. È di credibilità. Può un uomo condannato per aver dichiarato il falso davanti a un giudice continuare a rappresentare lo Stato? Può chiedere ai cittadini il rispetto della legge chi è stato riconosciuto responsabile di averla violata nel suo nucleo più delicato, la verità processuale? Non si tratta di giustizialismo. Si tratta di coerenza istituzionale. Pur restando garantisti fino a sentenza definitiva, resta grave quanto accertato in primo grado. Lo Stato non può essere severo con i cittadini e indulgente con chi lo rappresenta. L’uniforme non può diventare uno scudo morale. Al contrario: dovrebbe essere un vincolo più stringente. Perché la legalità non è uno slogan. È un esempio. E l’esempio, quando viene meno, lascia un vuoto che nessuna sentenza può colmare.
Nella foto il Tribunale di Barcellona P.G.
Stefano Ruvolo











