| In Sicilia ormai non basta più invocare la siccità, perché il grande alibi meteorologico si sta sgretolando davanti ai fatti. Per mesi i cittadini hanno sentito ripetere che la colpa era delle piogge mancate, degli invasi svuotati e di una crisi climatica senza precedenti, ma oggi, mentre la stessa Regione parla di riserve idriche sufficienti ad affrontare l’estate con serenità e i report indicano un netto recupero dei volumi invasati nelle dighe, in troppi territori dell’isola i rubinetti continuano a restare a secco. E le responsabilità sono politiche e riguardano la gestione della Regione Siciliana. Se l’acqua negli invasi c’è, o comunque è tornata in misura molto maggiore rispetto a un anno fa, perché intere comunità continuano a vivere tra turnazioni, autobotti, ritardi e promesse? La risposta non è più nel cielo, ma nelle condotte, nelle infrastrutture, nei conflitti tra gestori e soprattutto in una regia politica che finora ha annunciato molto e risolto troppo poco. La Regione ha rivendicato risultati concreti, Schifani ha parlato di un sistema in sicurezza e già nell’aprile 2026 il messaggio era chiaro: i rubinetti a secco dovevano diventare un brutto ricordo. Eppure, nel pieno di giugno, la situazione appare sostanzialmente identica a quella dell’anno scorso, emergenziale e caotica. Il 24 luglio 2025 il presidente Renato Schifani, durante un sopralluogo a Porto Empedocle, annunciava che dai primi di agosto sarebbero entrati in rete fino a 120 litri al secondo dal dissalatore, presentando l’intervento come una risposta concreta alle popolazioni più colpite e parlando di tempi rispettati e di un’azione mai vista in passato sul rifacimento delle reti. Una soluzione dispendiosa e inutile che avevamo già denunciato a suo tempo, e che pure resta agli atti. Ma a quasi un anno di distanza, nell’Agrigentino, i sindaci continuano a denunciare riduzioni di portata, mentre sull’acquedotto Fanaco si registrano guasti con effetti su numerosi comuni e persino su presidi sensibili, e Aica ha diffidato formalmente Siciliacque chiedendo più acqua e l’intervento diretto della Regione. Se questa è la sicurezza idrica promessa, cittadini e amministratori locali fanno bene ad alzare la voce. Il sindaco di Favara, Antonio Palumbo, sta dicendo ormai da tempo, con coraggio e nettezza, ciò che molti amministratori pensano e che i cittadini sperimentano ogni giorno. Nonostante gli invasi pieni, Siciliacque ha ridotto l’acqua veicolata verso la provincia agrigentina, e si tratta di una scelta irresponsabile della Regione, socia della stessa Siciliacque, che non sta intervenendo con la necessaria determinazione. Pochi giorni fa, dopo il vertice a Palermo, il sindaco ha ribadito che non si può più parlare di emergenza naturale, ma di una scelta deliberata condizionata da ragioni economiche, e ha accusato la Regione di non esercitare fino in fondo il proprio ruolo, lasciando i sindaci soli davanti alla rabbia dei cittadini. In questo contesto, la verità passa anche dal fatto che AICA non è stata messa in ginocchio soltanto dai contenziosi con Siciliacque, ma anche dai Comuni soci che non hanno pagato quote e consumi dovuti, prosciugando le casse dell’unico argine pubblico rimasto nel sistema idrico agrigentino. Antonio Palumbo lo ha denunciato apertamente, parlando del rischio che dietro l’indebolimento della consortile si faccia largo il ritorno dei privati, che in tanti sembrano quasi auspicare. La crisi dell’acqua, quindi, non è soltanto amministrativa o gestionale, ma profondamente politica. Quando il soggetto pubblico viene lasciato senza ossigeno, mentre il gestore all’ingrosso a maggioranza privata può far valere le proprie pretese economiche, il sospetto che qualcuno consideri il fallimento del pubblico una scorciatoia verso un nuovo ciclo di privatizzazione non appare più un’iperbole, ma una domanda legittima che la politica dovrebbe affrontare pubblicamente davanti ai cittadini. La Sicilia oggi non è soltanto l’isola della siccità, ma l’isola del paradosso, quella in cui si annuncia serenità estiva e si distribuiscono autobotti, quella in cui si promette acqua nelle condutture e si continuano a contare guasti, ritardi, riduzioni di portata e città senz’acqua per giorni, quella in cui i sindaci devono improvvisarsi pompieri istituzionali mentre la Regione continua a raccontare la crisi come se fosse sempre colpa di qualcun altro. Il tempo degli alibi è finito. Se gli invasi si riempiono e i rubinetti restano vuoti, la responsabilità ha un nome preciso e si chiama governo del sistema idrico, e in Sicilia, oggi, quel governo sta fallendo. E mentre il cambiamento climatico incombe e progressivamente si farà più duro, la quasi certezza è che saremo ben lontani dall’essere pronti ad affrontarlo, a meno che non si smetta di nascondersi dietro al cielo e si cominci a guardare in faccia la realtà. Nicola Candido – Direzione Nazionale Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea |