A Palazzo Zanca offriamo un eccesso di democrazia, no grazie
Ancora una volta l’Aula di Palazzo Zanca si è trasformata. Non in luogo di governo, ma in teatro. Teatro di posizione, di muscoli, di nervi tesi.
L’occasione, sulla carta, era la più istituzionale e la più scontata che ci sia: la relazione di inizio mandato del Sindaco Federico Basile. Un atto dovuto, previsto dalla Legge per fotografare lo stato della città e indicare la rotta dei prossimi cinque anni.
Per il Sindaco, un mero adempimento burocratico. Per l’opposizione, invece, quello che dovrebbe essere sempre un Consiglio Comunale: il luogo del confronto, anche aspro, sulle criticità che i messinesi segnalano ogni giorno. Buche, servizi, partecipate, waterfront, periferie. Normale dialettica. Quasi un gioco tra le parti, come avviene in ogni democrazia matura.
Poi il clima si è surriscaldato. Toni esagerati da una parte, fastidio evidente dall’altra. Fino alla scivolata. Quella frase che non ti aspetti, soprattutto da chi ha sempre ostentato aplomb istituzionale:
“Dovete ringraziare la maggioranza che vi permette di parlare”.
Una caduta di stile. Grave.
Perché non è una battuta infelice. È una concezione del potere rovesciata. Non è la maggioranza che permette all’opposizione di parlare. È la Costituzione che lo impone. È la legge che lo garantisce. È il popolo messinese che, dopo monarchia, dittatura e due guerre, ha deciso che la sovranità appartiene a lui e la delega, pro tempore, a tutti i suoi eletti. Di maggioranza e di minoranza.
L’opposizione non chiede una concessione. Esercita un diritto. E adempie a un dovere: controllare, criticare, proporre. Senza quel contrappeso, il Consiglio non è un Consesso Civico. È una sala di ratifica.
Ciò creoccupa di più, però, non è solo la frase del Sindaco. È il silenzio assordante che l’ha seguita. Non un consigliere di maggioranza si è alzato, neanche per difendere il proprio sindaco con un distinguo, per dire: “No, il Consiglio è di tutti, qui si parla perché è giusto così”. Niente. Silenzio. Acquiescenza.
E questo silenzio vale più di mille parole. Perché lascia intendere che quella frase non sia stata un incidente, ma la fotografia di un metodo. Un metodo in cui il confronto è tollerato, non considerato linfa vitale. Un metodo in cui si confonde il consenso elettorale con il possesso dell’istituzione.
Qualcuno lo ha chiamato con un nome che torna, inquietante, di attualità: “capocrazia”. Il potere del capo, non della squadra. Del vertice, non della comunità. Un sistema dove chi dissente deve ringraziare perché gli è concesso di farlo.
A Messina non abbiamo bisogno di meno democrazia, ne abbiamo bisogno di più. Di quella vera, faticosa, che ascolta anche quando infastidisce. Di quella che non considera il Consiglio una perdita di tempo tra un atto di Giunta e l’altro.
Se questa è l’idea di democrazia che ci viene offerta a Palazzo Zanca, questo eccesso di democrazia concesso dall’alto, allora diciamo con chiarezza: no, grazie.
Lillo Zaffino










