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Cultura

Memoria di pietra: il fonte battesimale di Gesso e la cosmogonia dei Casali Peloritani

Un antico fonte battesimale, oggi custodito nella chiesa di San Gregorio a Divieto, riapre un interrogativo sulla propria origine e sul complesso linguaggio simbolico inciso nella pietra.

 

  1. Lo stile e la materia: la confutazione della datazione e il dubbio storico

Il fonte battesimale proveniente dall’antico monastero di San Gregorio Magno di Gesso, oggi custodito nella chiesa di San Gregorio a Divieto, rappresenta un unicum nel panorama storico-artistico del territorio messinese. Per lungo tempo, la storiografia locale ha associato questo manufatto a una lettura tardo-cinquecentesca dell’iscrizione incisa sul marmo, scambiata forse erroneamente per la data 1559 o 1596.

Tuttavia, l’equivoco potrebbe essere messo radicalmente in discussione dallo stesso linguaggio formale del reperto. L’opera rifugge il tono misurato, simmetrico e accademico del Rinascimento siciliano, offrendo invece una plasticità severa, drammatica e arcaica, che richiama le maestranze provenienti dal Nord al seguito e al servizio di Federico II.

È un pezzo che, per caratteristiche stilistiche, potrebbe essere letto come un prezioso sopravvissuto d’epoca sveva, forse del XIII secolo, quando la pietra doveva farsi testimone visiva della riorganizzazione del Valdemone e dell’incontro tra l’Impero e le realtà monastiche locali.

Questo dubbio, in realtà, trova una traccia fondamentale nella letteratura critica del passato, in particolare nel lavoro di Gaetano La Corte Cailler, il quale fu tra i primi a scorgere l’incongruenza stilistica e a sollevare l’interrogativo, scrivendo:

«L’opera, pur recando impressa quella che ai più apparve come una datazione cinquecentesca, mostra caratteri di un’antichità così remota e forme così aliene al fare del XVI secolo, da far legittimamente presumere che ci si trovi davanti a un pregevole avanzo […], sottratto alle ingiurie del tempo e dei tremuoti.»

A confermare, almeno come pista di ricerca, l’intuizione di La Corte Cailler interviene l’analisi della materia stessa. La pietra con cui è scolpito il fonte non trova corrispondenza immediata nei materiali locali utilizzati per i ruderi superstiti del monastero di Gesso. Si tratta di una pietra “importata”, un marmo scuro, o forse un calcare alabastrino, che richiama probabilmente i materiali delle celebri cave di San Marco d’Alunzio o delle zone limitrofe, poli noti per l’estrazione di blocchi pregiati destinati alle grandi committenze regie e cenobitiche.

Se questa provenienza fosse confermata da un’analisi scientifica della pietra, il dato materiale potrebbe contribuire a ricostruire la storia dell’opera e il suo percorso nel territorio. Potrebbe trattarsi di un pezzo d’eccezione, trasportato con sforzo lungo l’antica viabilità peloritana per nobilitare il centro liturgico di Gesso.

  1. Il “caso” epigrafico: l’ibrido ISS9 e l’incontro tra culture a Gesso

A testimonianza di questo straordinario incontro tra culture rimane oggi un reperto di eccezionale valore: una fonte battesimale le cui linee plastiche tradiscono, secondo questa lettura, l’intervento di scalpellini nordici legati alla corte sveva.

La possente struttura lobata reca tuttavia inciso un monogramma che sfida i secoli: quello che a una lettura superficiale appare come la data 1596 potrebbe rivelarsi, invece, un acronimo cristologico, ISS9.

Siamo di fronte a un oggetto che sembra parlare due lingue diverse: la forma parla la lingua imperiale del Nord, mentre l’iscrizione potrebbe parlare la lingua dei monaci basiliani.

Quello che a un occhio moderno sembra il numero “1596” potrebbe essere, in realtà, il nome di Cristo abbreviato. I monaci che vivevano nel monastero di Gesso scrivevano in greco. Quando hanno dovuto incidere il nome di Gesù sul marmo, potrebbero aver utilizzato caratteri e forme grafiche del loro alfabeto; tra questi, una forma di “S” greca allungata che, a distanza di secoli, avrebbe potuto essere scambiata per un numero 9 o per un 5.

Non si tratterebbe quindi di una datazione, ma di una firma spirituale: gli scalpellini venuti dal Nord avrebbero scolpito la vasca, mentre i monaci greci vi avrebbero messo il nome di Dio.

Immaginiamo la straordinaria tensione culturale impressa nel marmo: un oggetto massiccio, scolpito con il gusto del severo stile transalpino, che reca inciso il nome di Cristo secondo una tradizione orientale.

L’ipotesi è affascinante anche per un altro motivo. L’osservazione ravvicinata del pezzo rivela che la scritta è collocata in una posizione di assoluto “comando” sulla faccia principale. L’assenza di cornici protettive apre a un’ipotesi investigativa di grande fascino: il monogramma potrebbe essere stato aggiunto dai monaci in un secondo momento, come un vero e proprio atto di consacrazione liturgica, per riappropriarsi e “battezzare” un oggetto avvertito come stilisticamente estraneo, trasformando un manufatto dal vigore nordico in un simbolo di pace e dialogo scolpito nella pietra.

  1. Il programma iconografico: il transito teologico e la cosmogonia sui quattro lati

La superficie della vasca, articolata sui quattro lati, configura un sofisticato percorso teologico. La disposizione dei simboli sembra descrivere visivamente un transito drammatico: l’idea profonda che, dopo il rito del battesimo, dopo aver attraversato la miseria del peccato originale, l’uomo rinasca a vita nuova.

Il Vecchio Adamo e le figure grottesche.
Alla base e sui primi registri del fonte sono scolpiti volti spaventosi e figure grottesche. Essi possono essere letti come incarnazione del “vecchio Adamo”, l’uomo decaduto prima della Grazia. Questa drammatica plasticità simboleggia lo stato di corruzione e le potenze del male che il catecumeno deve attraversare, combattere e abbandonare.

L’Aquila Bicipite.
Presenza araldica e teologica dirompente sulla pietra, l’aquila a due teste richiama direttamente l’iconografia dell’Impero e la sua eredità spirituale. Nella lettura proposta per il cenobio basiliano, essa potrebbe assumere una duplice valenza: da un lato richiama la rigenerazione dell’anima che, secondo il salmo, “rinnova la sua giovinezza come l’aquila”; dall’altro sembra sancire visivamente l’identità e l’appartenenza di Gesso alla tradizione bizantina.

È lo sguardo simultaneo verso l’Oriente e l’Occidente, la terra e il cielo.

L’Uomo con la palma.
Sul lato opposto si staglia la figura dell’uomo con una palma in mano. È il simbolo del trionfo cristiano, l’immagine del neofita che, dopo aver attraversato le acque purificatrici, rinasce a vita nuova, vincitore sulla morte e sul peccato, rivestito della gloria eterna.

La dimensione cosmica: il Sole e la Luna.
Scolpiti sui lati, il Sole e la Luna inseriscono il rito battesimale nella dimensione totale del creato e del tempo di Dio. Il Sole è la sorgente della Luce divina che illumina l’anima rigenerata; la Luna ne rappresenta il riflesso mistico sulla Chiesa e sulla comunità dei fedeli.

Il Fiore della Vita e la firma sacra.
Posto direttamente sotto il monogramma cristologico ISS9, troviamo il Fiore della Vita. La sua collocazione appare teologicamente cruciale: posta sotto il nome di Cristo, questa ruota geometrica può essere interpretata come simbolo della Creazione intera che si rigenera.

Significa, secondo questa lettura, che solo sotto l’autorità e il sacrificio di Cristo la vita dell’uomo può rifiorire, lasciandosi alle spalle il fango del peccato originale.

  1. La firma mariana, il codice numerico e la meccanica della salvezza

Subito sotto il monogramma principale si sviluppa un fitto e affascinante intreccio di simboli sacri disposti su più livelli.

Accanto alla lettera M, che invoca la protezione della Vergine Maria, si snoda una sequenza di cifre incise, tra cui si riconoscono chiaramente l’8, il 5 e l’1.

Lungi dall’essere necessariamente una datazione cronologica, questa combinazione potrebbe rispondere alla mentalità medievale della teologia dei numeri: un codice spirituale nel quale l’otto della Risurrezione, legato alla salvezza battesimale, e le cifre dell’Unità divina si fondono con i nomi di Gesù e Maria per “sigillare” la sacralità della vasca, ponendola al riparo dalle forze del male.

Le Ruote Dentate, ovvero la Meccanica della Salvezza.
Gli ingranaggi a ruote dentate rappresentano, nella lettura proposta, il movimento incessante della Provvidenza Divina. Il tempo della storia umana viene “agganciato” dal tempo della Grazia.

Il battesimo non è un atto statico, ma l’ingresso in una “macchina” spirituale che conduce l’anima verso la salvezza eterna.

La Croce Greca.
La croce greca a bracci uguali suggella la possibile matrice liturgica bizantino-basiliana del manufatto, legata alla continuità della comunità cenobita italo-greca presente a Gesso.

  1. Una ricerca nata dall’osservazione e cresciuta nel confronto

Questo studio è il frutto di un’osservazione diretta avviata molti anni fa nel silenzio della chiesa di Divieto e approfondita in un lungo esame nel Venerdì Santo di alcuni mesi fa.

Considerato il mio posto di lavoro all’interno di un contesto umanistico, ho avuto l’opportunità e la fortuna di poter avvalorare queste intuizioni attraverso preziosi confronti di alto profilo accademico.

Nello studio e nella lettura dell’apparato simbolico, dell’aquila bicipite e delle ruote del tempo, mi ha aperto una pista chiarissima il caro professor Carlo Donà, le cui indicazioni sono state fondamentali per penetrare la complessa intelaiatura allegorica del manufatto, arricchita dal generoso e prezioso consulto della professoressa medievista Marina Montesano.

Allo stesso modo, desidero ringraziare calorosamente Giovanni Russo, prezioso punto di riferimento che ha fatto da ponte con il parroco di Divieto e che ringrazio per il saggio illuminante che mi ha fatto pervenire.

Un ringraziamento va anche al personale sia della Soprintendenza sia del Museo per le cordiali consulenze telefoniche intercorse. Questi colloqui tecnici sono stati preziosi per confrontarsi sulla catalogazione ministeriale consolidata e verificare i dati ufficiali relativi al manufatto.

La ricerca, tuttavia, non può considerarsi conclusa. Al contrario, proprio le domande emerse impongono ulteriori verifiche, a partire dall’epigrafia, dalla materia e dal confronto con altri manufatti del territorio.

  1. La Pro Loco e la geografia sacra dei Casali

La decodifica di questo affascinante puzzle cosmogonico trasforma il fonte battesimale di Divieto da reperto isolato a possibili chiave di volta per una più vasta indagine sul territorio.

In qualità di delegato della Pro Loco “Casali dei Peloritani” per i beni artistici, monumentali e paesaggistici, considero questa pubblicazione non un punto di arrivo, ma l’inizio di un nuovo cammino di ricerca istituzionale e civile.

Il metodo applicato a questo saggio servirà da traccia per i posteri per mappare la rete invisibile dei culti che unisce le nostre comunità, storicamente animate dall’incontro tra la misticità dei monaci, il passaggio delle maestranze imperiali e la protezione degli antichi Ordini Cavallereschi che presidiavano i feudi d’altura e i percorsi stradali.

Intendo infatti trovare il collegamento profondo e il nesso che lega i Casali attraverso il culto alla Madonna del Monserrato, muovendomi lungo tre stazioni fondamentali del territorio che conservano indizi preziosi:

  1. la splendida tavola della Madonna del Monserrato esistente a Salice;
  2. l’altare dedicato alla Vergine, purtroppo ormai perduto, nella chiesa di Santa Caterina a Castanea;
  3. i rilievi e i simboli presenti nel plinto della Madonna marmorea custodita in Santa Maria del Bosco.

Trovare il filo invisibile che unisce queste testimonianze significa ricostruire l’identità profonda che i secoli e i cataclismi hanno solo provato a celare.

Custodire il territorio significa proprio questo: ascoltare le pietre affinché continuino a parlare della nostra storia e della nostra identità più autentica.

Bibliografia essenziale

  • La Corte Cailler, G., Archivio Storico Messinese, Note e appunti di epigrafia e arte locale.
  • Imbesi, F., Il mistero della lapide sepolcrale.
  • Paolino, F., Architetture religiose a Messina e nel suo territorio fra Controriforma e Tardo Renaissance, Società Messinese di Storia Patria.
  • Signorino, A. M., Insediamenti Basiliani nel messinese, in Basilio di Cesarea: La sua età, la sua opera e il basilianesimo in Sicilia, Atti del Congresso Internazionale (Messina, 1979), Centro di Studi Umanistici, Università di Messina, 1983.

Giovanni Quartarone
Delegato per i beni artistici, monumentali e paesaggistici
Pro Loco “Casali dei Peloritani”

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