
La vocazione medica tra rigore scientifico, ascolto del malato e laicità cristiana. Il Cardinale Giuseppe Versaldi, neo Assistente Ecclesiastico Nazionale dell’AMCI, traccia con Interris.it la rotta dell’Associazione Medici Cattolici Italiani di fronte alle sfide della sanità contemporanea. A pochi giorni dall’Assemblea Generale di giugno, il porporato lancia un forte richiamo all’alleanza tra scienza e fede e alla necessità di una base antropologica comune che difenda la dignità inalienabile della persona umana, dal concepimento alla fine della vita. Nel solco dei grandi predecessori e guardando al centenario di San Giuseppe Moscati, un invito ai camici bianchi a essere prima di tutto professionisti eccellenti e, insieme, testimoni credibili della cultura della cura.
L’intervista
Eminenza, partiamo da questo nuovo incarico. In passato lei è già stato assistente regionale in Piemonte: come ci si sente a ritornare tra i medici cattolici con il ruolo di assistente nazionale?
“Di per sé non lo considero un ritorno nel senso sostanziale del termine, anche se indubbiamente lo è dal punto di vista del ruolo istituzionale. In realtà sono sempre rimasto vicino ai medici cattolici per legami di amicizia e per una profonda convinzione: credo veramente che la testimonianza dei cristiani nel mondo della prevenzione e della cura delle malattie – e soprattutto dei malati – sia un impegno che, specialmente ai nostri giorni, rende visibile e credibile la Chiesa”.
Viviamo in un periodo molto complesso. Il suo profilo accademico e pastorale unisce psicologia, antropologia e diritto canonico: in che modo questo bagaglio può aiutare i medici dell’AMCI a non perdere mai di vista l’integrità della persona umana?
“Ai medici cattolici ripeto sempre che il loro dovere è essere “prima e anzitutto medici, e poi anche cattolici”. Essere medici significa possedere una solida preparazione scientifica e professionale, all’altezza dei tempi. Essere cattolici, invece, si traduce nella capacità di mettere in dialogo la scienza e la fede, la ragione e la fede, dimostrando che non esiste alcuna incompatibilità. Al contrario, la fede illumina la ragione. Al di là degli errori storici, questo dialogo – incarnato nelle scienze mediche – rappresenta un reciproco vantaggio. La medicina non è astratta, ma si fa estremamente concreta nell’aiuto alle persone bisognose”.
L’AMCI ha come bussola la tutela della vita dal concepimento alla morte naturale. Come si coniuga l’alta professionalità con la fedeltà ai valori del Vangelo, specialmente di fronte alle derive della medicina moderna?
“Ho scritto un libro su questo argomento. Per far sì che scienza e fede dialoghino, serve una base comune, che è quella antropologica. Deve esserci una visione condivisa di ciò che sono la natura umana e il mistero della vita, rispettosa delle persone nella loro integralità, a prescindere dal fatto che si abbia fede o meno. La medicina occidentale, a differenza di quella orientale, ha purtroppo trascurato un po’ l’unitarietà della persona. Ha dato un contributo straordinario alla cura del corpo e della fisicità, ma forse ha dimenticato che non si trattano le malattie, si curano i malati. La dignità umana, sia all’inizio che alla fine della vita, ha un valore inalienabile. Questo è un principio antropologico fondamentale: se lo perdiamo, consideriamo l’uomo come un oggetto e non come un soggetto, smarrendo la dimensione più alta della natura umana”.
Lei raccoglie il testimone del compianto cardinale Edoardo Menichelli. Cosa desidera custodire della sua eredità e di quella dei grandi pastori che l’hanno preceduta?
“Certamente la continuità, ma vissuta nel rinnovamento, proprio come faceva il Cardinale Menichelli. Si tratta di incarnare valori perenni sapendo però dare risposte alle domande nuove che il presente ci pone. Non basta ripetere il passato. Nella nostra tradizione c’è sempre stato chi ha saputo trovare elementi di novità che non sconfessavano il passato, ma lo miglioravano e lo integravano. Penso a Menichelli, ma anche a grandi predecessori come i cardinali Tettamanzi e Angelini, che hanno saputo portare l’Associazione a livelli altissimi sia sul piano professionale che su quello della testimonianza cattolica nella società del loro tempo”.
All’inizio di giugno è in programma l’Assemblea Generale dell’AMCI. Quale augurio si sente di rivolgere ai medici che ogni giorno uniscono fede, laicato e professione?
“Durante quelle giornate dell’Assemblea avremo anche un ritiro spirituale, proprio per ribadire quanto la dimensione di fede non sminuisca, ma anzi valorizzi la professionalità del medico. Il mio augurio è che sappiano essere bravi professionisti, capaci di dialogare apertamente anche con chi non crede, ma allo stesso tempo coraggiosi nel testimoniare il Vangelo”.
E poi ci sarà una ricorrenza
“L’anno prossimo, nel 2027, celebreremo il centenario della morte del nostro copatrono, San Giuseppe Moscati, che insieme a San Luca guida l’associazione. Moscati è l’esempio perfetto di come si possa annunciare Cristo nel pieno rispetto delle coscienze altrui. Era uno scienziato altamente qualificato, stimato dai non credenti del suo tempo in un mondo difficile come quello della medicina di inizio Novecento. Eppure, conquistava colleghi e pazienti con la sua abnegazione e la sua carità. Il suo donarsi agli altri rendeva credibile tutto ciò in cui credeva: questo è l’augurio più grande che faccio ai nostri medici”.











