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Oliveri, il paese dove il “noi” è diventato realtà.

Negli anni, l’amministrazione ha cercato di coinvolgere cittadini, associazioni, giovani e famiglie in un percorso comune, trasformando il territorio in qualcosa che appartiene a tutti e non soltanto al Comune.

 


Il racconto del sindaco Francesco Iarrera tra solidarietà, appartenenza e piccoli gesti quotidiani. C’è un filo invisibile che attraversa Oliveri in queste settimane. Non è soltanto l’emozione per la candidatura al “Solidarity Prize 2026 for Europe”, ma qualcosa di più profondo: la consapevolezza di essere una comunità che si riconosce nei gesti semplici, nella partecipazione spontanea e in un senso autentico di appartenenza.

Attraverso le parole del sindaco Francesco Iarrera emerge il ritratto di un paese che ha scelto di costruire la propria identità non sulle grandi proclamazioni, ma sulla quotidianità condivisa. Un luogo dove il valore più importante non è il riconoscimento internazionale in sé, ma le persone che quel riconoscimento rappresentano. “Il primo pensiero è andato alla comunità”, racconta il sindaco. Perché Oliveri, spiega, non è fatta soltanto di luoghi o iniziative, ma soprattutto di relazioni umane, vicinanza e partecipazione. Una candidatura europea, secondo Iarrera, ha senso solo se riesce a raccontare ciò che esiste dietro le istituzioni: la vita vera di un paese.

Ed è proprio il concetto di “noi” il cuore dell’esperienza di Oliveri. “Un sindaco è solo, ma non può agire da solo”, afferma. Negli anni, l’amministrazione ha cercato di coinvolgere cittadini, associazioni, giovani e famiglie in un percorso comune, trasformando il territorio in qualcosa che appartiene a tutti e non soltanto al Comune. È lì che, secondo il sindaco, nasce una vera comunità: quando le persone smettono di essere spettatori e diventano protagonisti. A raccontare l’anima di Oliveri sono soprattutto i piccoli gesti quotidiani. Il vicino che porta spontaneamente dei limoni, il caffè offerto al bar, le persone che si prendono cura degli spazi comuni, i
bambini che raccolgono i rifiuti sulla spiaggia. Immagini semplici, ma capaci di descrivere un modo di vivere ancora profondamente umano.

Nel tempo, questa sensibilità si è trasformata anche in un modo nuovo di vivere il territorio. Le poesie degli anziani diventano opere sui muri del municipio. Gli artisti locali – pittori, scultori, artigiani del ferro – contribuiscono al volto del paese, trasformando le propriecreazioni in patrimonio collettivo. “Alcune cose non si possonospiegare fino in fondo — dice Iarrera — andrebbero vissutecamminando per le strade del paese”.
Uno dei momenti più significativi di questo percorso è stato quellodelle giornate di edilizia solidale. Un’idea nata quasi per caso,subito dopo la sua prima elezione. “Chiediamo aiuto a tutti”, propose un amico. Da quella frase nacque qualcosa distraordinario: centinaia di cittadini, imprese, associazioni e famiglieinsieme per recuperare spazi degradati, sistemare marciapiedi,ridare dignità a luoghi dimenticati.“Sembrava una di quelle trasmissioni americane dove un ruderediventa una villa nel giro di poche ore”, racconta il sindaco. Soloche a Oliveri tutto avveniva senza grandi risorse economiche:soltanto grazie all’energia delle persone, alla collaborazione e alsenso di appartenenza.

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Ma c’è un altro aspetto che, secondo Iarrera, rende speciale lacomunità di Oliveri: la capacità di accogliere. Un valore che nascedalla memoria dell’emigrazione. “Quasi tutte le famiglie del paese hanno vissuto l’esperienza di sentirsi straniere”, spiega. I racconti dei nonni e dei genitori, partiti dopo la guerra in cerca di lavoro e dignità, hanno lasciato un’eredità profonda: sapere cosa significhi sentirsi lontani, esclusi, guardati come diversi.
Forse è anche per questo che Oliveri viene descritta come una comunità aperta, dove chi arriva non dovrebbe sentirsi ospite, ma parte integrante del paese. “Oliveri è casa per tutti”, dice il sindaco con semplicità. Il rapporto diretto con i cittadini resta uno degli elementi centrali del suo modo di amministrare. “Mi sento in prestito alla politica, non un politico di professione”, afferma. La sua esperienza nel mondo associativo gli ha insegnato che amministrare significa stare in mezzo alle persone, ascoltare, condividere problemi e costruire soluzioni insieme. Non dall’alto, ma fianco a fianco. E quando gli viene chiesto quale immagine rappresenti meglio Oliveri, il sindaco non cita piazze, monumenti o eventi ufficiali. Racconta invece di un uomo di 83 anni che entra in Comune con un tagliaerba in spalla e chiede semplicemente: “Sindaco, oggi sono disponibile. Dove posso andare a fare qualcosa?”.

Forse è davvero tutta lì l’essenza di questo percorso europeo: nell’umiltà trasformata in forza collettiva. Perché, come conclude Iarrera, Oliveri ha scelto di ribaltare l’idea tradizionale della politica come arte del comando. “Qui siamo diventati tutti operai della quotidianità”. Il sindaco che gira in bicicletta raccogliendo cartacce, i bambini che puliscono le spiagge, le aziende che lavorano gratuitamente per il paese, gli artisti che donano opere alla comunità. Una normalità che altrove potrebbe sembrare straordinaria. Ed è forse proprio questo il messaggio che oggi Oliveri riesce a portare anche oltre i propri confini: la dimostrazione che una piccola comunità può ancora insegnare qualcosa all’Europa, quando sceglie di mettere al centro le persone, la solidarietà e il senso autentico del vivere insieme.

In un tempo spesso segnato da distanze, individualismo e sfiducia, Oliveri racconta invece che sentirsi comunità è ancora possibile. E che, a volte, sono proprio i piccoli paesi a custodire le lezioni più grandi.

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