Redattore
Di seguito, nella “Giornata per la Libertà di Stampa”, pubblichiamo una riflessione articolata del Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani , che è un invito rivolto agli Operatori dell’Informazione a non dimenticare quanti, Donne e Uomini, operando in tutti i contesti socio politici, anche i più rischiosi, hanno dato,e continuano a dare, la vita, per salvare il principio che la libertà d’informazione è fondamento di Democrazia e , pertanto , principio non negoziabile. A Questi Coraggiosi, nella triste giornata commemorativa , rivolgiamo il nostro pensiero.
Nicolò Romano.
In occasione della Giornata internazionale per la libertà di stampa, 3 maggio, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani rinnova con convinzione il proprio impegno nella difesa del diritto all’informazione e nella tutela della memoria di tutti quei giornalisti che hanno perso la vita nel tentativo di raccontare la verità. Ricordarli non è un gesto rituale, ma un atto di responsabilità civile: significa riconoscere che la libertà di stampa è una conquista fragile, continuamente esposta a minacce vecchie e nuove.
La storia italiana offre una testimonianza profonda e dolorosa di questo impegno. Dai primi casi, come Cosimo Cristina e Mauro De Mauro, fino agli anni segnati dal terrorismo e dalla violenza
mafiosa, il giornalismo ha rappresentato un baluardo contro l’opacità del potere. Figure come Carlo Casalegno e Walter Tobagi hanno pagato con la vita la loro dedizione alla verità, mentre Giuseppe Fava, Giancarlo Siani, Mario Francese e Peppino Impastato hanno denunciato con coraggio i sistemi mafiosi, spesso in condizioni di isolamento.
Questa memoria nazionale si intreccia con quella dei giornalisti italiani caduti all’estero, tra cui Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, insieme a Antonio Russo, Raffaele Ciriello, Enzo Baldoni, Fabio Polenghi e Andrea Rocchelli. Essi testimoniano come il giornalismo italiano continui a essere presente nei contesti più rischiosi. Sul piano internazionale, casi come Jamal Khashoggi, Shireen Abu Akleh e Arman Soldin dimostrano come il giornalismo resti una professione esposta a rischi estremi, soprattutto nei contesti di guerra e nei regimi autoritari. Secondo l’UNESCO, oltre 1.600 giornalisti sono stati uccisi dal 1993, e nella maggior parte dei casi i responsabili restano impuniti.
Accanto alla violenza fisica, il CNDDU richiama l’attenzione su una forma più silenziosa ma altrettanto insidiosa di limitazione della libertà di stampa: la marginalizzazione dei temi legati ai diritti civili. Sempre più spesso, questioni fondamentali come le disuguaglianze sociali, la tutela delle minoranze, i diritti delle donne, dei migranti e delle persone vulnerabili faticano a trovare spazio adeguato nell’informazione mainstream. Non si tratta soltanto di una carenza quantitativa, ma di un problema strutturale: la selezione delle notizie risponde a criteri economici, algoritmici e politici che tendono a privilegiare ciò che è immediatamente monetizzabile o polarizzante, piuttosto che ciò che è rilevante sul piano dei diritti.
In questo quadro, il rischio più profondo non è solo la censura esplicita, ma una forma di invisibilizzazione sistemica: i diritti civili non vengono negati apertamente, ma
progressivamente sottratti allo spazio pubblico, fino a diventare marginali o residuali nel dibattito collettivo. È una dinamica più difficile da riconoscere e quindi più pericolosa, perché agisce senza conflitto apparente e produce assuefazione.
Le nuove tecnologie amplificano questa tendenza. Gli ecosistemi digitali selezionano e gerarchizzano le informazioni secondo logiche opache, in cui il valore democratico di una notizia non coincide necessariamente con la sua visibilità. In questo senso, la libertà di stampa non può più essere pensata solo come assenza di censura, ma come accesso equo e significativo alla sfera pubblica.
Per queste ragioni, il CNDDU ritiene necessario superare una visione puramente celebrativa della Giornata del 3 maggio e avanzare una proposta più incisiva: promuovere, all’interno delle istituzioni scolastiche, osservatori permanenti sull’informazione e i diritti umani, capaci di monitorare nel tempo la presenza (o l’assenza) dei temi civili nei media, analizzarne le modalità di rappresentazione e sviluppare pratiche di contro-narrazione fondate su rigore, verifica e responsabilità.
Non si tratta solo di formare lettori critici, ma di costruire comunità educative attive, in grado di produrre informazione, interrogare le fonti e incidere sul discorso pubblico. In questo modo, la memoria dei giornalisti uccisi non resta confinata al passato, ma diventa leva per trasformare il presente. La libertà di stampa non si misura soltanto da ciò che può essere detto, ma da ciò che viene effettivamente ascoltato. E oggi la sfida più radicale non è solo difendere la parola, ma restituire visibilità a ciò che il sistema tende a rimuovere. È in questo spazio critico che si gioca il futuro della democrazia.
prof. Romano Pesavento
presidente CNDDU











