Non era imprevedibile. La riviera jonica messinese è un territorio fragile, esposto a mareggiate sempre più intense e frequenti. Fenomeni che, alla luce dei cambiamenti climatici in atto, non possono più essere considerati eccezionali, ma strutturali.
Alla luce dei danni provocati dal ciclone Harry, si impone una riflessione pubblica sull’adeguatezza complessiva delle strategie di difesa costiera adottate nel territorio di Santa Teresa di Riva, in relazione alle reali condizioni di esposizione e vulnerabilità del litorale.
In un tratto di lungomare di circa 150 metri, una mareggiata aveva già causato lo scorso anno il crollo dell’infrastruttura. L’opera è stata successivamente ricostruita in tempi rapidi, con un investimento di 499.827 euro di risorse pubbliche, al fine di ripristinarne la fruibilità in vista della stagione estiva 2025. Tuttavia, anche l’ultimo evento meteo-marino ha prodotto nuovi danneggiamenti nello stesso tratto, riaccendendo il dibattito pubblico sulla vulnerabilità dell’infrastruttura rispetto a fenomeni che, nel contesto jonico, non possono più considerarsi episodici.
Tali elementi rendono necessario interrogarsi sull’efficacia e sulla durabilità delle soluzioni adottate, nonché sulla loro coerenza con criteri di sicurezza, adattamento climatico e resilienza costiera.
Il confronto con altri tratti di costa colpiti dal medesimo evento, come Alì Terme, dove non si sono registrati collassi strutturali analoghi, evidenzia come le scelte progettuali e alcuni dettagli costruttivi incidano in modo significativo sulla risposta delle opere agli eventi estremi. In particolare, il lungomare di Alì Terme presenta una configurazione concava del muro di contenimento, che consente alle onde una traiettoria di impatto diversa e meno distruttiva rispetto a strutture perpendicolari alla linea di battigia. Anche questi aspetti progettuali contribuiscono alla maggiore capacità di resistenza dell’opera.
Nel dibattito sull’erosione costiera, si continua spesso a indicare come soluzioni il ripascimento e la realizzazione di pennelli, richiamando paragoni con realtà come Santa Margherita di Messina. Tuttavia, si tratta di contesti profondamente diversi: Santa Margherita è collocata più internamente nello Stretto ed è naturalmente meno esposta al moto ondoso ionico, mentre Santa Teresa di Riva è direttamente esposta alle mareggiate orientali. Confronti di questo tipo rischiano quindi di risultare fuorvianti se non adeguatamente contestualizzati.
È inoltre necessario richiamare la questione delle deroghe alle procedure di valutazione dell’impatto ambientale, più volte sollevata nel dibattito politico nazionale e locale, anche da esponenti istituzionali come il ministro Matteo Salvini, Cateno De Luca e Danilo Lo Giudice. Il ricorso alle deroghe comporta, in molti casi, la mancata o ridotta caratterizzazione dei materiali prelevati, movimentati o apposti in loco per interventi di ripascimento, con evidenti criticità sotto il profilo ambientale e sanitario.
È ampiamente riconosciuto in letteratura tecnica che ripascimenti e pennelli non eliminano l’erosione, ma tendono a spostarla nel tempo e nello spazio, con costi elevati, necessità di manutenzione continua e impatti ambientali non trascurabili. Interventi di questo tipo avrebbero efficacia solo se pianificati in modo coordinato lungo l’intero tratto costiero da Mazzeo a Giampilieri, con impegni economici e temporali difficilmente sostenibili e con il rischio di trasferire il problema verso i territori limitrofi.
In altri comuni, come Scaletta Zanclea e Itala, la presenza di scogli affioranti in spiaggia e in prossimità della riva, pur risultando antiestetica, ha dimostrato una maggiore efficacia nel dissipare l’energia delle onde. Ci si interroga quindi sul perché soluzioni analoghe vengano sistematicamente escluse a Santa Teresa di Riva e Furci Siculo, dove sembra prevalere la tutela dell’estetica e della fruibilità turistica immediata rispetto alla sicurezza strutturale.
Un ulteriore esempio di approccio differente è rappresentato dal muro di contenimento storico di contrada Divieto, a Scaletta Zanclea, realizzato originariamente a protezione della linea ferroviaria. Nonostante l’impatto delle mareggiate e le piene del torrente, anche dopo la tragedia del 2009, la struttura ha mostrato una notevole capacità di resistenza. Pur trattandosi di un’opera certamente invasiva dal punto di vista paesaggistico, essa evidenzia come le infrastrutture concepite con criteri di durabilità possano garantire livelli di sicurezza superiori.
Il nodo di fondo è dunque una scelta politica e amministrativa: tutelare prioritariamente la popolazione e le infrastrutture, oppure preservare il capitale turistico nell’immediato, inseguendo la stagione estiva con interventi rapidi, rattoppati e ad alto impatto ambientale. Il rischio concreto è quello di correre per “salvare l’estate”, producendo però opere precarie, costose e potenzialmente pericolose.
Alla luce di quanto accaduto, e considerando che parte
m, a tutela dell’ambiente e dell’interesse pubblico.
Appare quindi necessario ripensare complessivamente il modello di difesa costiera, superando una logica emergenziale e orientandosi verso soluzioni strutturali, integrate e sostenibili. Continuare a rimandare una riflessione di sistema significa esporre il territorio a rischi crescenti e impiegare risorse pubbliche senza incidere sulle cause profonde del problema.
Giacomo Di Leo – Comitato NO FRANE NO PRECARIETÀ
Francesco Aloisi – Comitato Nazionale La scuola che respira









