È una narrazione romantica e coinvolgente quella di Gregorio Corigliano de “La casa del rosmarino” , opera edita da Luigi Pellegrini Editore.
L’Autore noto giornalista, ai vertici RAI dal 1982 e per molti anni Caporedattore del TgR Calabria, muovendo dalla propria storia personale racconta una storia del Sud, più precisamente, della Calabria, una storia d’altri tempi, nella quale è comunque facile ritrovarsi.
È la storia di una casa nel cui cortile, lato mare, era piantato un alberello di rosmarino, perché “il sugo con il rosmarino è più gustoso” ei rametti di rosmarino erano richiesti dal vicinato.
È il racconto della madre che ricamava a punto croce e portava le mollichine alle galline, mentre ricordava i genitori agricoltori che vivevano “di zappa e di arance” e del padre, maestro, che leggeva il Giornale d’Italia, del quale era il corrispondente, mentre i bambini facevano i compiti. Ed è anche il racconto di momenti di vita di Nonna Mariangela, nativa delle Eolie, che aveva avuto ben dieci figli.
Ma il fulcro della narrazione, attorno al quale tutto ruota è l’albero di rosmarino, testimone silenzioso di momenti lieti e tristi vissuti nella casa.
Una casa semplice, culla degli affetti, ben diversa dalle case dei giorni nostri, ove assistiamo alla perdita continua e incessante dei valori e delle tradizioni, una casa nella quale ci si raccoglieva tutti attorno ad un braciere, con i racconti di guerra e con le fiabe, che venivano ripetute più volte per scaldare i bambini e farli addormentare.
E nella narrazione il nastro dei ricordi si sofferma sui freddi mattini e più avanti sino all’arrivo dell’estate, quando porte e finestre venivano aperte al sole e la casa del rosmarino si popolava di amici e parenti, i bambini giocavano ai tamburelli e nell’acqua si versava l’Idrolitina per renderla frizzante. Era quella la stagione di bagni interminabili, di cocomeri consumati sulla spiaggia, delle domeniche coi parenti in quella casa che, negli anni ’60, era “un porto di mare” .
Sono ricordi di tempi passati, in cui a Natale si faceva il presepe e si giocava a carte ea Tombola, con i pezzetti di buccia d’arancia per segnare i numeri.
Tempi ben diversi da quelli di oggi, nei quali i ragazzi e le ragazze giocavano alla filosa e ovunque risuonavano le filastrocche “arance, limoni, ciliegie e mandarini” oppure “Reginella, reginella quanti passi mi darai per andare…” . Sono ricordi di altri tempi, nei quali si facevano le conserve di pomodoro, “le bottiglie” e non c’era famiglia che non fosse impegnata in questo rito.
Poi giungeva settembre, tempo di vendemmia: un vero divertimento per grandi e piccini che pestavano l’uva.
La bellezza di quei momenti narrati con nostalgia è viva nella mente dell’Autore ed emoziona intensamente il lettore, così come il ricordo delle passeggiate in bicicletta, delle colazioni con la frittata e del pane di casa.
Il libro racconta anche antiche storie di pescatori, vicende umane dolorose, sulle quali imperversano l’inevitabile sottomissione al destino e una natura ostile, che riconducono a “I Malavoglia” .
La penna dell’Autore senza sosta indugia tra ricordi particolari, come quelli della Pasqua, della Pasquetta, della pasta al forno, dei dolci fatti in casa, pregni di tradizione, di affetti, di radici.
Affetti e distacchi, case che nel tempo divengono un deserto, case che si chiudono, pur restando per sempre nei cuori di chi le ha amate, storie di lontananze, di lutti, di lacrime, che l’alberello di rosmarino, sempre presente, condivide e alle quali sembra persino partecipare, piangendo.
E ancor oggi l’alberello di rosmarino è lì…ad insegnarci con l’Autore che tutto si trasforma irrimediabilmente col passare del tempo, ma l’amore no, l’amore resta.
Ester Isaja











