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“Voto utile a chi? Riflessioni e numeri” di Alfredo Crupi

A seguire la nota di Alfredo Crupi (componente del Comitato politico federale e regionale di Rifondazione):

Scrivo queste righe rivolgendomi non a chi ha già scelto di votare in base alle proprie convinzioni, e neppure per conquistare qualcuno degli indecisi. Esse sono rivolte ai tanti Italiani, soprattutto di sinistra, che da tempo non votano più per le liste o i candidati che preferirebbero, ma in base alla presunta utilità del proprio voto, valutata secondo la possibilità o meno per le diverse forze di accedere al Parlamento o meglio ancora di “vincere” le elezioni e andare a governare…come se il voto fosse una puntata all’enalotto…

Ogni volta i sunnominati elettori restano poi delusi da coloro che hanno votato, magari turandosi il naso, perché questi non faranno quasi nulla delle cose buone promesse o anche solo sperate, in quanto a governare davvero saranno i “Mercati”, cioè i grandi gruppi della finanza internazionale, o “l’Europa”, che a quei mercati è totalmente asservita, o meglio ancora gli “Alleati” di oltre oceano.

Questo perché la totalità delle principali forze politiche sono ugualmente asservite agli interessi dei grandi gruppi finanziari e degli USA. Lo spazio mediatico e politico è occupato da attori che recitano le diverse parti in commedia, ma fanno tutti parte dello stesso spettacolo.

All’arma del voto utile ha costantemente fatto ricorso soprattutto il PD, contro le tentazioni di parte del suo potenziale elettorato di votare “a sinistra”. Nel corso degli anni, dal 2008 a oggi,  dopo la definitiva rottura dell’Ulivo inteso come coalizione (L’Unione) che vinse le elezioni nel 2006, il PD ha imposto un totale oscuramento mediatico nei confronti di Rifondazione Comunista, perché consapevole di  realizzare una politica economica, sociale, istituzionale e internazionale non solo moderata ma addirittura reazionaria, fino a giungere a scontrarsi ripetutamente con quello che era sempre stato il suo sindacato di riferimento, la CGIL: ricordiamo l’abolizione dell’art. 18, il jobs act, la buona scuola, lo smantellamento della sanità, le privatizzazioni, la manomissione pesante della Costituzione…

Una vera ossessione per il PD quella di cancellare ogni residua traccia ancora esistente del suo passato comunista e al tempo stesso stroncare chi di quel passato, in qualche modo, intende riprendere, attualizzandoli, gli ideali e i valori. Timoroso evidentemente, che il suo progressivo ma inesorabile smottamento a destra potesse lasciare fertili praterie per le forze che sono rimaste saldamente collocate a sinistra.

La base ideologica del voto utile è molto semplice, come devono essere le cose che funzionano: in un sistema maggioritario vince uno solo, in un confronto bipolare o bipartitico, se uno perde l’altro vince. Il PD ha fatto di tutto per soppiantare il sistema proporzionale su cui è basata la Costituzione, con un sistema maggioritario sul modello Americano. Dopo di che a ogni tornata elettorale scatta il “refrain” che per non far vincere le destre bisogna votare PD. A prescindere se piace o non piace, da ogni valutazione su cosa ha fatto o non ha fatto. E’ un voto contro.

Ma il Pd non è quello che ha contribuito in maniera importante a criminalizzare la storia dei comunisti e sdoganare i fascisti ? Non è quello che ha più volte governato con le destre o con uomini della destra, con il governo Draghi, ma prima con Monti e prima ancora con Dini ?

Ma se tu proponi per il tuo paese un sistema elettorale anglosassone, basato sull’alternanza, puoi davvero sostenere che l’altra faccia di questa alternanza non dovrebbe governare mai ? E se così fosse, non ti viene il dubbio, che un sistema anglosassone, di suo pessimo, non andava trapiantato in un paese come l’Italia con ben altra storia e ben altri conflitti ideologici?

Certo, qualcuno potrebbe obiettarmi che in realtà il sistema è “anche” proporzionale. Vero. Un ibrido, da anni e da diversi sistemi elettorali. Questo renderebbe la filosofia del voto utile ancora più incongrua, ma in realtà, a parte il sistema di premi alle coalizioni, sbarramenti e i collegi uninominali, il fatto è che la cultura maggioritaria ha fatto breccia nella popolazione. Una parte significativa dell’elettorato pensa in termini di uno contro l’altro, nonostante l’irruzione dell’anomalia 5 stelle.

Pertanto, in tanti ritengono che per battere la destra bisogna votare il centrosinistra e che non c’è lo spazio politico per una forza davvero di sinistra, che non bisogna danneggiare il PD. Ma la strategia che il Pd ha attuato dal 2008 in avanti, è riuscita a rappresentare l’elettorato di sinistra? Il voto utile ha pagato in termini di mantenimento dei consensi ottenuti nel 2006, o ha solo contribuito a impedire l’entrata della sinistra in Parlamento?

È opportuno ricordare che nelle elezioni alla Camera del 2006 il centrosinistra, l’Unione, conseguì oltre 19 milioni di voti, battendo di misura il centrodestra. Era una coalizione ampia, che andava dall’Udeur di Mastella a Rifondazione comunista di Bertinotti. La difficoltà a gestire lo stretto margine di vantaggio con una coalizione eterogenea spianò la strada all’idea Veltroniana di soppiantare il bipolarismo col bipartitismo, passare cioè dal confronto tra due coalizioni a quello tra due partiti, inaugurando una strategia di allontanamento / annientamento dei “cespugli”, in particolare verso Rifondazione Comunista. L’Ulivo è stato soppiantato da ottobre 2007 dal PD, che ha completato la metamorfosi PCI-PDS-DS, inglobando gli ex democristiani della Margherita e altre formazioni centriste minori. Una forza moderata, interprete degli interessi dei grandi gruppi capitalistici, filo USA e filo NATO, sempre più distante dalle esigenze dei lavoratori e dei ceti popolari. Veltroni ha spianato la strada alla inarrestabile ascesa di Renzi, che si è rivelato per anni l’autentico rappresentante di questo nuovo corso.

Nelle elezioni anticipate del 2008 il nuovo centrosinistra perse oltre 5 milioni di voti e 12 punti percentuali, nonostante la Sinistra Arcobaleno, che raccoglieva sostanzialmente tutte le principali forze a sinistra del PD,  superasse appena il 3% restando fuori dal Parlamento. Alle successive politiche del 2013, perse altri 3,5 milioni di voti e 8 punti. Nel 2018 ulteriori 2,5 mln di voti e 7 punti persi. Nei 10 anni abbondanti di gestione del centrosinistra secondo i dettami dell’ideologia Veltroniana-Renziana-Lettiana, questo ha perso dal 2006 al 2018 quasi 11,5 milioni di voti (da 19 a 7,5!), passando dal 49,81 al 22,86%. Nonostante la Sinistra, in qualche modo erede di Rifondazione, colpita da un totale ostracismo mediatico e dalla clava del voto utile, restasse confinata in una progressiva irrilevanza elettorale e fuori dalle istituzioni. Quindi il centrosinistra non è stato certamente penalizzato dai suoi competitors a sinistra, ma semmai il contrario!

Questi elettori sono forse passati a destra? No, nello stesso arco temporale il centrodestra ha perso quasi 7 milioni di voti e 12,74 punti percentuali. Le due coalizioni hanno dunque perso, nel 2018 rispetto al 2006, un totale di 18,5 milioni di voti e quasi 40 punti percentuali !

Questa emorragia non è stata provocata/assorbita totalmente dai 5stelle, che hanno toccato nel 2018 il loro massimo, 10.732.066 voti e 32,68%. I 5stelle erano e sono formazione variegata, post ideologica, dichiaratamente né di destra né di sinistra, che ha attinto a tutti i bacini elettorali, per cui in questi 10 milioni e passa di voti c’è di tutto, e quindi c’è di tutto anche negli oltre 7 milioni che mancano all’appello. Ma le dimensioni del disastro del centrosinistra sono tali da far ritenere che la maggior parte di questi 7 milioni siano ex elettori di sinistra.

Anche al netto di decessi, malattie e impedimenti vari, e senza contare in senso inverso l’apporto certo dei nuovi elettori, resta un buco enorme che testimonia una profonda disaffezione verso la politica, scientificamente perseguita volendo imitare i modelli anglosassoni, notoriamente caratterizzati da un altissimo tasso di astensionismo.

L’affluenza alle urne è passata infatti dal 83,62% del 2006 al 80,51 nel 2008, 75,24 nel 2013 e infine 72,94 nel 2018, cui bisogna aggiungere le schede bianche e nulle.

I sondaggi, abbastanza inaffidabili nei numeri ma attendibili per l’ordine di grandezza e le tendenze, danno il centrodestra intorno al 47%. Ricordiamo che alle politiche del 2006 e 2008 prese il 49,74 e il 46,81 %,  alle europee del 2009 il 54,20 e alle europee del 2019 49,50% dei voti. La flessione fu nell’arco temporale 2013 – 2018 (pol 29,18, eur 31,01, pol 37,00), non a caso nell’era Renziana che perse tantissimi voti a sinistra me ne erose un po’ a destra. Nessuna cavalcata trionfale dunque per la Meloni, ma il probabile recupero, in termini percentuali, di fasce elettorali che si erano allontanate. Non sappiamo in voti assoluti.

A queste elezioni Letta ha invece coscientemente e pervicacemente rifiutato ogni possibile alleanza che non fosse acriticamente supina all’Agenda Draghi, spianando così oggettivamente la strada della vittoria alle destre. Salvo poi lamentarsi della legge elettorale che essi stessi hanno prodotto…

È chiaro che anche a sinistra bisognerebbe provare a recuperare gli elettori delusi, oltre ovviamente a conquistarne di nuovi, ma non ritengo possibile ipotizzare la rinascita di un nuovo Ulivo “di sinistra” imperniato su questo PD, perché esso dovrebbe rinnegare tutto quanto fatto sul piano interno e internazionale in questi ultimi 15 anni almeno (30 se partiamo dalla guerra in Jugoslavia).

Quindi è evidente che per recuperare gli elettori perduti e acquisirne di nuovi, per sconfiggere davvero le destre e le loro politiche, ma soprattutto per difendere gli interessi dei ceti popolari e i diritti sociali e civili, occorre costruire un polo di sinistra a partire da quello che c’è fuori da questo partito

Sinistra Italiana, Verdi e Articolo Uno al momento sono interni in chiave subalterna alle logiche del centrosinistra attuale. Sembrano non capire che con la distanza del PD da qualsiasi pensiero di sinistra e negli attuali rapporti di forza, possono ritagliarsi solo, nella migliore delle ipotesi, un ruolo da opposizione di sua maestà, svolgendo nel concreto una funzione di portatori d’acqua a un progetto che appare incompatibile con i loro, in cambio di qualche scranno in parlamento da cui far sentire la propria voce.

Un simile atteggiamento è comprensibile ma condanna la sinistra alla totale mancanza di autonomia e quindi di fatto all’irrilevanza strategica, alla non esistenza come progetto autonomo, un parente povero che mangia le briciole al piatto del parente ricco, purché si guardi bene dal contestarlo davvero.

Altri pensano invece che una nuova sinistra possa rinascere intorno ai “nuovi” 5stelle guidati da Conte. Essi sono stati al governo con la Lega, col Pd e con Draghi. Certo, alla fine hanno rotto, o più esattamente hanno rotto gli altri con loro. In questo frangente  hanno pagato un prezzo pesante in termini di peso politico e scissioni. Non bisogna essere rozzi e schematici. È una situazione molto interessante, non a caso Unione Popolare ha proposto loro un’alleanza a queste elezioni. Ma la collocazione a sinistra del Movimento in questa campagna elettorale appare dettata più da considerazioni tattiche, per occupare al meglio uno spazio vuoto in cui in un certo senso è stato costretto. Sul piano strategico, culturale, organizzativo, tale collocazione appare ambigua, ondivaga, ancora inaffidabile: qualcosa in via di definizione.

Oltre tutto ai 5 stelle conquistare 1 o 2 punti percentuali in più serve a poco o niente: loro entreranno certamente in parlamento e con un buon risultato, altrettanto certamente resteranno esclusi da qualsiasi alleanza di governo, perché fuori dai giochi. Ritenuti non abbastanza fedeli (servi) rispetto alla NATO: non si spiega altrimenti la scelta del PD di escludere a priori la sola alleanza che poteva mettere in discussione la vittoria annunciata della destra.

L’unica strada percorribile per ipotizzare nel breve – medio termine la ricostruzione di una forza di sinistra è che Unione Popolare superi lo sbarramento del 3% e riesca a entrare in Parlamento, rappresentando così una voce davvero dissonante rispetto agli interessi della finanza speculativa, dei difensori dei tanti privilegi che bloccano questo paese, di coloro che si sono arricchiti evadendo le tasse e sfruttando il lavoro nero, e ora puntano l’indice contro chi percepisce il reddito di cittadinanza, i disoccupati, i precari, i “poveri”.

Tale obiettivo è alla portata, ma è tutt’altro che scontato, e chiunque ha a cuore il futuro della sinistra dovrebbe dare una mano, poiché il rischio di un disastroso voto “utile” non solo verso il PD, ma anche verso i 5stelle,  può pesantemente penalizzare questa formazione che non ha avuto tempo e modo di farsi conoscere appieno bucando il conformismo mediatico italiano.

Se U.P. riuscisse a superare il 3% potrebbe infatti più facilmente costruire in Parlamento e fuori un nuovo rapporto con S.I. e quei pezzi di Art. 1 che non vogliono farsi riassorbire dal PD, oltre che con le tante forze di opposizione sociale e politica, movimenti di base e civici, ambientalisti e pacifisti, che dappertutto in Italia costituiscono il tessuto di una ostinata resistenza civile alla normalizzazione capitalistica e guerrafondaia.

Tutte insieme queste forze potrebbero costituire un interlocutore credibile e un ancoraggio fondamentale a sinistra per il movimento 5 stelle, che senza una rappresentanza di sinistra che possa fargli da sponda probabilmente ricomincerebbe a navigare a vista destreggiandosi ora con questo ora con quell’altro alleato.

Con Unione Popolare in Parlamento, anche in Italia si potrebbero gettare le basi per costruire una sinistra forte, autorevole, profondamente radicata nel sociale e nei territori, combattiva nelle istituzioni, come in Francia, Spagna, Grecia e altri paesi europei ma non solo.

Una sinistra che potrebbe conquistare il cuore dei giovani e riguadagnare alla partecipazione politica una parte almeno di quei milioni di elettori delusi che non sono più andati a votare.

Quindi, ritengo che per un elettore o un’elettrice di sinistra, oggi l’unico voto utile è per Unione Popolare con De Magistris.

 

 

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