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Comitato “Invece del ponte”: chi si accontenta gode, ma la città non è tutelata. Nota di “Spazio Noponte”

Come “valorizzare il ruolo dei Comuni di Messina e Villa S. Giovanni”

A seguire la nota del Comitato “Invece del ponte – cittadini per lo sviluppo sostenibile dell’area dello Stretto”:

Soltanto sei mesi fa il vicesindaco Mondello ha dichiarato in Consiglio: “non ci vogliamo fare imporre
scelte dall’alto”. E qualche mese dopo, intervenendo in audizione presso le Commissioni della
Camera dei deputati, il Sindaco Basile, aveva chiarito che, pur essendo favorevole al ponte, non
avrebbe potuto accettare che la città rimanesse esclusa dal processo di valutazione, controllo,
indirizzo, gestione della realizzazione del ponte sullo Stretto, visto che gli eventuali lavori avrebbero
insostenibilmente “invaso” la città. La stessa amministrazione aveva evidenziato che ilsolo “fumus”
del ponte obbligava a bloccare l’iter della pianificazione urbanistica della città, fermo ormai dal
2018. Per questo era stato richiesto, con molto garbo, di potere entrare nel cda della società Stretto
di Messina, e l’on. Gallo, di “Sud chiama Nord”, aveva proposto un emendamento al DL in tale
direzione, bocciato senza troppe discussioni per presunti motivi giuridici: ridicolo, una nuova legge
può disporre deroghe a norme precedenti, se il legislatore ne ravvisa l’opportunità!
Ma veniamo all’oggi, il Decreto-legge è passato alla Camera, a colpi di fiducia, senza l’emendamento
e senza alcuna tutela di rappresentanza e partecipazione della città. L’on. Gallo, appena un paio di
settimane fa, aveva per la verità reagito alla bocciatura del suo emendamento, parlando di “fatto
molto negativo” e annunciando: “non ci stancheremo di ripetere come il decreto legge all’esame
della Camera non è un decreto per fare il Ponte di Messina ma serve esclusivamente a riesumare la
società ‘Ponte sullo Stretto’ che era stata messa in liquidazione”.
Ma oggi è un altro giorno e Gallo commenta entusiasta l’approvazione del nulla: due suoi ordini del
giorno, che valgono zero. Il primo, senza alcuna sostanza operativa o amministrativa, impegna il
Governo “a valorizzare il ruolo dei Comuni di Messina e Villa S. Giovanni” (come?… nessun lo sa!); il
secondo che lega in maniera sciagurata il porto di Tremestieri a un ponte che non c’è, che forse non
ci sarà mai e che comunque non potrebbe esserci prima di parecchi anni! Aggiunge però – a
commento di questa vittoria di Pirro, rivendicata anche dalla sottosegretaria Siracusano – che “la
città dovrà subire gli inevitabili svantaggi dei lavori”.
Davvero stavolta, malgrado la solita grancassa, sarà molto difficile per chi aveva promesso di
difendere la Città, spiegare che bisognerà ancora una volta accontentarsi delle mosche che sono
rimaste in mano. In poco più di un mese siamo passati, nel racconto dei nostri rappresentanti, dai
pugni sul tavolo “per far contare la Città”, alla paralisi del piano urbanistico, al ricatto che condiziona
al ponte ogni chiodo da battere a Messina (vedi il porto di Tremestieri), al contentino di un ordine
del giorno privo di sostanza e di vincoli, spalancando le porte a quella che Il sindaco Basile ha definito
“invasione” e che dovremo invece, più correttamente, chiamare “devastazione”.
Appare davvero urgente che subito il Consiglio comunale si appropri del suo ruolo e agisca senza
tentennamenti e troppi calcoli nell’interesse primario dei cittadini e del nostro territorio.

Nota di “Spazio Noponte” sull’approvazione ieri del “Decreto Ponte sullo Stretto”:

Il voto di fiducia posto sul decreto “realizzazione del collegamento stabile tra la Sicilia e la Calabria” votato ieri è solo una delle evidenze della verticalità decisionale con cui sono sempre portate avanti questo genere di operazioni. Il forte atto politico, magari dal carattere emergenziale, l’esclusione della partecipazione locale, ma anche di quella nazionale, rappresentano esattamente lo schema tipico che si cela dietro il “dispositivo grandi opere”. Le divisioni, fomentate da briciole di finanziamenti appositi distribuiti sul territorio per propagandare l’opera, o dal lavoro di alcune precise categorie sociali che sperano di entrare, nel loro piccolo, a far parte della partita, o le speranze di politici locali di nascondere i propri insuccessi e creare consenso elettorale intorno alla promessa di un’opera che agita suggestioni miracolistiche, sono il terreno fertile che questo genere di dispositivi generano e in cui prosperano. Il decreto oggi votato, indipendentemente dal sì o no al ponte − e noi restiamo fermamente convinti del no − rappresenta a nostro modo di vedere un evidente regalo al potente “privato” contro gli interessi della finanza “pubblica”.

Uno dei cavalli di battaglia del ministro Salvini (e ancor prima di Matteo Renzi) quando a settembre rilanciò il ponte sullo Stretto, facendo schizzare le azioni di WeBuild verso l’alto, è stato che «il ponte sarebbe costato meno farlo che non farlo». Questa mossa propagandistica si basava sull’accrescere il timore sulle ingiustificate esose penali richieste dal contractor Eurolink e dal project management Parsons. A ben vedere, però, la realtà è che nel 2018 il Tribunale di Roma ha rigettato tutte le domande di risarcimento. Nonostante contro questa sentenza Eurolink abbia promosso l’appello sappiamo che grazie al decreto Monti 221/2012  le possibili penali sono limitate al massimo al 10% dei lavori già effettuati, cioè al massimo a poche decine di milioni. Sappiamo inoltre che in data 5 Novembre 2019 persino la Corte costituzionale si è espressa sul decreto Monti confermando una quantificazione dell’indennizzo pari al 10%. Un decreto giudicato come salvifico per le finanze pubbliche quello di Monti, che d’altronde era stato chiamato ed appoggiato da tutto l’arco parlamentare proprio per risollevare le finanze pubbliche. A fronte di ciò, apprendere dalla stampa che nelle prime bozze, poi modificate, sia del decreto odierno che della manovra finanziaria d’autunno, il decreto Monti veniva addirittura cancellato ci ha posto dei seri interrogativi. Perché? A quale scopo?

Al contrario ci appare chiarissimo perché si è proceduto senza una nuova gara d’appalto a riesumare un progetto che non ha mai completato il suo iter approvativo, che non ha mai superato una valutazione di impatto ambientale, senza neanche che esista una verifica della sostenibilità economica finanziaria dell’opera. Un appalto aggiudicato al costo di 3,9 miliardi che oggi secondo il Def è aumentato alla cifra stimata di 14,6 miliardi (+367%). Come ci appare chiaro perché si è voluto procedere con questa fretta nonostante le parole della commissaria europea ai trasporti Adina Valean, che aveva consigliato: «è importante che il governo italiano non abbia fretta e presenti un progetto molto ben fatto e lo dico perché c’è molta concorrenza (…) non consiglierei dunque all’Italia di fare in fretta, quanto piuttosto di fare un ottima proposta».

La motivazione è semplice: la finalità ultima di questo decreto non è per nulla quella di realizzare l’opera, ma di ri-costruire quel meccanismo/dispositivo delle grandi opere per trarne vantaggi di due tipi.

Il primo di tipo politico tradizionale, ovvero nascondere provvedimenti iniqui che rischiano di aumentare le disuguaglianze (come l’autonomia differenziata), o più in generale nascondere l’assenza di intervento dei governi locali e nazionali nei confronti dei bisogni irrisolti delle aree interessate: la mancanza di infrastrutture funzionali, la mancanza di servizi offerti (che sono di gran lunga più inadeguati e inferiori delle infrastrutture esistenti), l’adeguamento antisismico dell’edilizia pubblica prima e privata poi, la messa in sicurezza idrogeologica del territorio, il miglioramento delle condizioni dell’attraversamento navale pubblico (ad oggi non esiste una sala d’aspetto per prendere un aliscafo a Messina o delle scale mobili funzionanti alla stazione di Villa S. Giovanni).  A tal proposito è possibile leggere nelle pagine dei fan del ponte veri e propri ricatti riguardo a quelle che vengono chiamate ‘opere compensative’  ma che sarebbero semplicemente diritti dei cittadini, cose come “Senza il ponte non faranno mai l’impianto fognario” e così via. Inoltre si cerca di coprire exploit come i 31 progetti PNRR bocciati sui 31 sostenuti dal presidente Musumeci (ora promosso per “meriti” ministro dall’attuale governo), i tantissimi cantieri  fermi o in ritardo e i pochi soldi del PNRR destinati alla Sicilia che rischiano di essere persi per i ritardi accumulati.

Il secondo vantaggio è di tipo politico/capitalistico, e consiste nel mettere a disposizione un flusso finanziario a tutto vantaggio non già delle comunità locali, ma di lobby, studi di progettazione e società di costruzione delle grandi opere.

Come abbiamo già detto, e continueremo a gridare: il ponte lo stanno già facendo, FERMIAMOLI ANCORA UNA VOLTA!

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