Martedì 27 ottobre ore 10.30 nella sala conferenze dell’Accademia Peloritana dei
Pericolanti, presso il Rettorato in piazza Pugliatti 1, si svolgerà la presentazione regionale, per la prima
volta a Messina in contemporanea con Roma e con tutte le altre regioni, del Dossier Statistico
Immigrazione IDOS.
L’incontro è promosso dal CE.MI. (Centro per la Migrazione, l’integrazione sociale e la
comunicazione interculturale) dell’Università di Messina e sarà moderato dal suo presidente il prof.
Giovanni Moschella.
Dopo i saluti istituzionali la prof.ssa Giuseppina Tumminelli dell’Università di Palermo
presenterà quindi i dati nazionali, mentre il ricercatore Tindaro Bellinvia dell’Università di Messina
illustrerà quelli regionali. Interverranno a commento il mediatore Mourad Boudhil di Medici del Mondo,
l’assistente sociale Giuseppe Bucalo dell’Associazione Penelope, la diacona Monica Natali della
Chiesa Valdese e Giovanni Pistorio, sindacalista e segretario regionale della FILLEA CGIL. Il dibattito
sarà seguito dalle conclusioni della professoressa Lidia Lo Schiavo dell’Università di Messina.
I dati nazionali e regionali che saranno presentati delineano, come spesso accade, un quadro
fatto di luci e ombre sul fenomeno migratorio.
Per la prima volta in un decennio diminuiscono le persone in fuga: alla fine del 2025 i migranti
forzati nel mondo sono 117,8 milioni, ben 5,4 milioni in meno rispetto al 2024 (-4,3%). Il calo, da non
correlare necessariamente a una riduzione del bisogno di protezione, dipende soprattutto dai ritorni
nei territori di origine (14,7 milioni, +49%), spesso non volontari e verso contesti ancora fragili, segnati
da insicurezza, povertà e servizi essenziali insuƯicienti. Nell’Afghanistan governato dai Talebani sono
rientrate circa 2,9 milioni di persone, allontanate soprattutto da Iran e Pakistan; in Siria circa 1,3 milioni dopo la caduta del governo Assad, ma ne restano ancora 4,9 milioni in esilio. Cresce infatti il fenomeno dello “sfollamento protratto”: sette rifugiati su dieci sono in questa condizione da più di cinque anni.
Gran parte del peso dell’accoglienza resta comunque fuori dall’Europa: il 65% dei migranti
forzati vive in un Paese confinante con quello di origine e il 68% è accolto in Paesi a basso o medio
reddito. In totale, sette rifugiati su dieci provengono da soli sei Paesi: Venezuela (6,4 milioni), Ucraina
(5,2), Siria, Afghanistan, Sudan e Sud Sudan.
Proprio mentre aumentano i bisogni, si riducono a livello globale le risorse per contrastare le
disuguaglianze. L’Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) dei Paesi del Development assistance committee
(Dac) dell’Ocse è sceso di quasi 50 miliardi di dollari in due anni (da 223,9 miliardi nel 2023 a 174,3
miliardi nel 2025). L’Italia ha destinato all’Aps 7,3 miliardi di dollari (6,5 miliardi di euro), lo 0,3% del
reddito nazionale lordo, una quota ancora lontana dall’obiettivo internazionale dello 0,7%.
Mentre l’Aps diminuisce a livello globale e quello italiano resta insuƯiciente, cresce il contributo
diretto dei migranti alle famiglie e alle comunità di origine: nel 2025 le rimesse inviate nei Paesi a medio
e basso reddito ammontano a 729 miliardi di dollari e quelle inviate dall’Italia superano gli 8,6 miliardi
di euro (+3,9% annuo e +3,6 miliardi rispetto a dieci anni prima), senza contare i trasferimenti informalie una parte di quelli veicolati, in misura crescente, tramite servizi digitali.
In Italia i lavoratori e le lavoratrici straniere restano stabilmente concentrati in pochi settori e
in professioni a bassa qualifica. Il 42,3% degli uomini è occupato nell’industria e nelle costruzioni
(35,3% per gli italiani) e il 9,9% in agricoltura (3,9% per gli italiani); tra le donne il 28,0% lavora nei servizialle famiglie (1,8% le italiane) che, nonostante un calo di circa 10 punti negli ultimi 5 anni (era il 38,2% nel 2021), resta un settore a prevalenza femminile e straniera. Ne risulta che la metà delle lavoratrici
straniere è occupata nelle sole 5 loro principali professioni (rispetto alle 23 delle italiane), il 43,8%
come badanti, colf e addette alle pulizie; la metà degli uomini si concentra invece nelle loro prime 17
professioni (57 tra gli italiani), soprattutto muratori, braccianti agricoli e cuochi.
Ma cosa rivelano i dati sulla Sicilia riguardo al processo di insediamento dei migranti, ormai in
corso da decenni?
Le acquisizioni di cittadinanza italiana a livello regionale registrano un forte calo nel 2025, con
7.488 unità rispetto alle 9.352 del 2024. Caltanissetta è l’unica provincia in cui si è registrato un
aumento, da 126 a 148. La stessa Messina, prima negli ultimi anni, passa da 2.880 acquisizioni nel 2024
a 2.012 nel 2025, Ragusa da 1.595 a 1.454, Palermo da 1.298 a 1.179. Dopo il picco raggiunto nel 2023,
con 10.695 acquisizioni di cittadinanza a livello regionale – di cui 3.307 nella sola provincia di Messina
– si assiste dunque, come nel resto d’Italia, a una fase di rallentamento.
I titolari di permesso di soggiorno a fine 2025 sono 150.622, tra cui 91.007 uomini e 59.615
donne. Nel complesso i permessi a termine sono stati 96.086, mentre quelli di lungo periodo 54.536.
La provincia di Trapani si distingue per la prevalenza dei permessi di lungo periodo, che sono 8.798
contro 8.392 a termine: in nessun’altra provincia siciliana il numero dei primi ha superato quello dei
secondi. Tra le province che hanno comunque registrato un rapporto equilibrato c’è Messina, con
11.585 permessi a termine e 9.228 di lungo periodo, mentre la provincia con il più alto numero di
permessi a termine rispetto a quelli di lungo periodo è Ragusa (19.700 contro 6.515).
Il 2025, dal punto di vista economico, è stato per la Sicilia un anno di lieve crescita per
l’occupazione con 1.489.000 occupati, quasi 14mila in più rispetto all’anno precedente. Quale
l’apporto degli stranieri al mercato del lavoro? Nel 2025 rappresentano il 5,5% degli occupati (mentre
erano il 5,1% nel 2024 e il 4,8% nel 2023) e tra questi la componente femminile scende al 29,7% (era il
31,5% nel 2024).
Per quanto riguarda i settori di impiego, il 28,9% degli stranieri è occupato in agricoltura, il 9,6%
nell’industria (il 4,7% solo nelle costruzioni) e il 61,5% nei servizi (il 17,9% nel commercio e il 16,6% nel
lavoro domestico). Le diƯerenze con i lavoratori italiani emergono con particolare evidenza
nell’agricoltura, dove lavora appena il 6,5% degli occupati autoctoni, una quota inferiore a un quarto di
quella registrata tra gli stranieri. La situazione si ribalta nell’industria che assorbe il 18,0% degli italiani
(il 7,7% solo nelle costruzioni), percentuale doppia rispetto a quella degli stranieri. Ancora più marcata
la concentrazione dei lavoratori italiani nei servizi (75,5% del totale), ma con forti diƯerenze tra i
comparti se si considera che il 15,7% lavora nel commercio e solo lo 0,7% in ambito domestico.
Per informazioni: cemi@unime.it










