Un piano straordinario avrebbe potuto prevedere, nei limiti delle rispettive competenze e disponibilità:
* un punto unico di informazione e assistenza ai viaggiatori;
* informazioni multilingue e aggiornate sui collegamenti alternativi;
* coordinamento straordinario dei trasporti via autobus, ferrovia e mare;
* collegamenti verso aeroporti alternativi;
* assistenza alle famiglie, agli anziani e alle persone fragili;
* collaborazione con strutture ricettive per l’emergenza;
* monitoraggio dei prezzi dei trasporti sostitutivi per evitare speculazioni;
* coordinamento con operatori turistici e associazioni di categoria;
* una comunicazione istituzionale unica, chiara e tempestiva;
* una raccolta dei dati sui danni subiti dalle imprese per predisporre, successivamente, eventuali misure regionali e nazionali di sostegno.
Non tutto sarebbe stato risolutivo. Ma tutto questo avrebbe potuto ridurre il danno. Ed è proprio questo che si chiede alla politica quando arriva un’emergenza: non di fare miracoli, ma di fare tutto ciò che è ragionevolmente possibile. Il turista ha diritti, ma anche le imprese devono essere protette È importante inoltre fare chiarezza sulle conseguenze contrattuali. Quando ricorrono circostanze inevitabili e straordinarie che impediscono l’esecuzione di un pacchetto turistico, il Codice del turismo riconosce al viaggiatore specifiche tutele, compreso, nei casi previsti, il diritto al rimborso dei pagamenti effettuati. Allo stesso tempo, l’organizzatore deve prestare adeguata assistenza al viaggiatore in difficoltà. Per il trasporto aereo, il Regolamento europeo 261/2004 disciplina inoltre i diritti dei passeggeri in caso di cancellazione e prevede, nei casi applicabili, riprotezione, rimborso e assistenza. L’eruzione vulcanica e le conseguenti restrizioni dello spazio aereo possono costituire una circostanza straordinaria, ma ciò non significa che il passeggero possa essere abbandonato a sé stesso. E qui emerge la contraddizione economica che la politica dovrebbe comprendere. Il rimborso può essere un diritto sacrosanto del turista, ma rappresenta contemporaneamente un costo e una perdita di liquidità per l’impresa. Quella liquidità, infatti, spesso non è denaro destinato semplicemente all’utile dell’imprenditore: serve a pagare stipendi, fornitori, utenze, contributi e investimenti già effettuati. Per questo una politica intelligente avrebbe dovuto lavorare per ridurre il numero dei viaggi cancellati definitivamente, agevolando, quando possibile, il raggiungimento della destinazione con mezzi alternativi. Salvare una vacanza, anche con un trasferimento più complesso, significa salvare una parte del fatturato di un albergo, di un ristorante, di un autonoleggio, di una guida turistica e di decine di altre attività. Non avrebbe eliminato le perdite. Le avrebbe contenute. Ed è esattamente questo che una buona amministrazione deve fare durante una crisi. La Sicilia non può permettersi di lasciare i turisti in aeroporto C’è infine una questione che va oltre il danno economico: riguarda l’immagine della Sicilia. Un turista può comprendere un’eruzione vulcanica. Può comprendere la cancellazione di un volo per ragioni di sicurezza. Può comprendere un evento naturale imprevedibile. Quello che difficilmente comprenderà è essere lasciato solo, senza informazioni, senza assistenza e senza alternative, fino al punto di essere costretto a dormire in aeroporto. L’emergenza naturale non è una vergogna. Non saper organizzare una risposta all’emergenza può diventarlo. La Regione Siciliana, le Città metropolitane e i Comuni avrebbero dovuto lavorare insieme, sostenendo un’unità di crisi capace di mettere a sistema trasporti, assistenza, accoglienza e informazioni. Non per promettere l’impossibile, ma per dimostrare che la Sicilia sa reagire. Perché il turismo non è un comparto marginale: è lavoro, reddito, famiglie e indotto. E quando un turista perde il proprio volo, non dobbiamo permettere che perda anche la fiducia nella nostra Isola. Quello che è accaduto deve diventare una lezione. La prossima emergenza non può trovarci ancora una volta impreparati.










