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Le riflessioni dell’Ing. Francesco Cancellieri: Abbiamo fallito! Ma vedo ancora una speranza!

Sono consapevole che la mia riflessione toccherà le corde più profonde e dolorose della nostra identità.

Abbiamo fallito! Ma vedo ancora una speranza!
Sono consapevole che la mia riflessione toccherà le corde più profonde e dolorose della nostra
identità. C’è un’angoscia strisciante nel vedere la propria terra trasformarsi, ed è un'angoscia che si
scontra con l'assurda normalità della nostra routine.
Ecco un racconto che cerca di dare voce a questo scenario, tra la cronaca di un disastro annunciato e
il peso del nostro fallimento collettivo.
Il crepuscolo dell'Isola: cronaca di un fallimento collettivo
Verrà un giorno, o forse è già arrivato in silenzio, in cui il vento di scirocco smetterà di portare solo
sabbia e inizierà a spazzare via i ricordi di ciò che eravamo. Guarderemo fuori dalla finestra e, sotto
un cielo di un azzurro sbiadito, quasi metallico, ci accorgeremo che della nostra Sicilia non è
rimasto più niente.
Eppure, il paradosso più atroce non sarà il paesaggio arido, ma la nostra ostinata, cieca, teatrale
normalità.
La dissonanza della nostra quotidiana sopravvivenza
Continueremo a scendere in strada ogni mattina. Metteremo in moto le auto nel traffico di città
circondate da colline color cenere, lamentandoci dei semafori e del parcheggio, mentre l'aria intorno
a noi vibrerà per il calore come in un miraggio perenne. Prenderemo il nostro caffè al bar,
sfogliando notizie di fiumi prosciugati e invasi ridotti a pozzanghere di fango screpolato, e poi
cambieremo discorso, parlando di calcio, di politica politicante, di vacanze che non sapremo più
dove trascorrere.
Siamo diventati maestri nell'arte della rimozione. Abbiamo costruito una corazza di assuefazione
così spessa che persino l'apocalisse ci sembra solo un altro fastidio da tollerare.
Le temperature supereranno ogni statistica nota per oltre un mese. I termometri segneranno numeri
che un tempo avrebbero giustificato lo stato di calamità nazionale, e noi li declasseremo a "un'estate
particolarmente calda". Accenderemo i condizionatori al massimo, chiudendoci in bolle di aria
artificiale, ignorando che fuori da quelle finestre stiamo letteralmente cuocendo il nostro futuro.
I profeti inascoltati e la memoria della Natura
E in questa cecità, il pensiero non potrà che andare a chi aveva visto tutto con decenni di anticipo.
Più di quarant'anni fa, studiosi illuminati, vere e proprie "Cassandre" della nostra epoca come il
Professor Vincenzo Piccione, ci avevano messo davanti ai dati, nudi e inoppugnabili.
Loro avevano mappato la desertificazione quando ancora i nostri agrumeti profumavano l'aria di
zagara. Avevano studiato i suoli, calcolato i tassi di aridità, tracciato le linee di un baratro verso cui
stavamo correndo con il piede premuto sull'acceleratore. Ci avevano spiegato che la Natura non è
un fondale inerte, ma un sistema vivo, e che ogni sistema, se spinto oltre il suo limite di resilienza,
collassa.
Li abbiamo ascoltati nei convegni, abbiamo annuito gravemente durante i telegiornali, e poi… non
abbiamo fatto assolutamente nulla. Li abbiamo trattati come allarmisti, perché la verità era troppo
scomoda per i bilanci a breve termine, per le campagne elettorali, per la nostra pigrizia culturale.

Ma la Natura non dimentica. Non negozia con i PIL, non si commuove davanti alle promesse
elettorali e non si ferma davanti ai nostri compromessi. La Natura reagisce, semplicemente, con la
spietata logica della fisica e della biologia.
Il momento della consapevolezza: l'ultimo atto
Poi, arriverà il momento in cui l'illusione si spezzerà. Non sarà un'esplosione, ma un lento,
inesorabile spegnimento.
 I fichi d'india cederanno, piegandosi su se stessi, svuotati della loro ultima acqua.
 Gli ulivi secolari, monumenti di una storia millenaria, diventeranno sculture di legno bianco
e morto.
 Le nostre campagne, un tempo granai dell'Impero e giardini del Mediterraneo, diventeranno
distese di terra spaccata, simili a paesaggi lunari.
Sarà in quel preciso istante – quando apriremo il rubinetto e non uscirà nulla, quando l'aria sarà
troppo rovente per respirare senza affanno, quando non ci sarà più un filo d'ombra sotto cui trovare
riparo – che il velo cadrà.
Ci guarderemo intorno e realizzeremo il peso di una sentenza che noi stessi abbiamo scritto.
L'amara epigrafe
Capiremo che la politica ha fallito, persa in decenni di miopia, di gestione emergenziale, di fondi
sprecati e reti idriche colabrodo, incapace di una visione che andasse oltre la scadenza del mandato.
Capiremo che la società civile ha fallito, frammentata, distratta, rassegnata a delegare la salvezza a
qualcun altro, incapace di esigere il cambiamento con la rabbia e la forza che la situazione
richiedeva.
E alla fine, nudi di fronte alla vastità del disastro, capiremo che noi tutti, singolarmente, abbiamo
fallito. Abbiamo barattato la terra dei nostri figli in cambio di una comodità effimera. Abbiamo
ignorato chi ci indicava la via d'uscita, preferendo la confortante illusione che, in qualche modo, "le
cose si sarebbero sistemate da sole", come si fa in Sicilia, confidando nell'indulgenza di un cielo
che ora ci riversa addosso solo fuoco.
Quando non rimarrà più niente, ci resterà solo il silenzio di un deserto che porta il nostro nome. E la
tragica, inutile consapevolezza di aver saputo tutto, fin dall'inizio.

Nei video tratti dalla rete esempi della tragedia in Sicilia e non solo!
Bivona e Santo Stefano Quisquina: https://www.facebook.com/watch/?v=2313406269399869
Paternò: https://www.facebook.com/reel/715413011667483
Castronovo di Sicilia: https://www.facebook.com/reel/1696733154962640
Minervino Murge: https://www.facebook.com/share/r/1DEsnegE2K/

Francesco ing.Cancellieri

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