L’arrivo del MIRA – Mediterranean Institute for Research and Arts è un’ottima notizia. E lo è davvero. Messina ha bisogno di un luogo in cui il contemporaneo non sia un semplice slogan da inserire nei comunicati stampa, ma un terreno di ricerca, di confronto e di produzione culturale. Ha bisogno di aprirsi al Mediterraneo, di dialogare con altre realtà, di costruire relazioni che vadano oltre i confini cittadini.
Proprio perché considero il MIRA un’opportunità importante, credo sia il caso di ribadire con chiarezza ciò che a Messina continuiamo a ignorare: il contemporaneo non si improvvisa. Da troppo tempo questa città vive un equivoco che è diventato quasi una prassi. Si confondono la storia dell’arte, la critica d’arte e la curatela, come se fossero la stessa professione. Non lo sono. Lo storico dell’arte studia il patrimonio, ne ricostruisce la storia, lo tutela e lo consegna alla memoria collettiva. Il critico osserva ciò che accade oggi, interpreta linguaggi ancora in formazione, prende posizione. Il curatore costruisce un progetto culturale, mette in relazione artisti, opere e idee, propone una visione. Sono mestieri che dialogano tra loro, ma ciascuno richiede competenze specifiche.
Eppure, a Messina, sembra ancora prevalere l’idea che basti un curriculum accademico per occuparsi di tutto. Come se chi ha dedicato la propria vita allo studio del patrimonio storico fosse automaticamente in
grado di leggere anche i linguaggi dell’arte contemporanea. È un equivoco che nessuno si sognerebbe di applicare ad altre professioni (chi andrebbe dal cardiologo avendo un tumore alle ossa?).
L’arte contemporanea cambia continuamente. Si misura con la tecnologia, con la politica, con i conflitti, con le trasformazioni sociali, con l’intelligenza artificiale, con le nuove forme della comunicazione. Per comprenderla non basta aver studiato bene. Bisogna frequentarla, seguirla, confrontarsi ogni giorno con ciò che accade dentro e fuori l’Italia.
È questo, purtroppo, il punto debole del nostro sistema culturale. Più che un sistema dell’arte, spesso sembra funzionare un sistema di relazioni. Si chiamano quasi sempre le stesse persone, ci si affida alle stesse figure, si preferisce la sicurezza dell’abitudine alla ricerca di competenze specifiche. Così il dibattito si spegne, la critica scompare e il contemporaneo finisce per essere raccontato con categorie che appartengono ad altri tempi. Lo scrivo anche da critica d’arte e da storica dell’arte. Sono due percorsi che conosco bene e che proprio per questo non ho mai confuso. Anzi, è proprio questa distinzione ad avermi fatto sentire, più di una volta, una specie di panda: una figura rara, quasi fuori posto. Non perché manchino professionisti preparati, ma perché la critica militante sembra avere perso cittadinanza. E senza una critica viva non cresce nemmeno il sistema dell’arte.
Non è una questione personale e non è una rivendicazione di categoria. È una questione culturale. Quando manca il confronto, quando nessuno esercita uno sguardo critico, quando le competenze vengono considerate intercambiabili, non perdono soltanto gli addetti ai lavori. Perdono gli artisti, perde il pubblico e perde la città.
Per questo guardo al MIRA con fiducia. Mi auguro che non diventi semplicemente un nuovo contenitore di eventi, ma un luogo capace di cambiare un’abitudine radicata. Un luogo in cui si riconosca finalmente la differenza tra chi conserva il patrimonio e chi lavora sul presente. Un luogo dove la critica, la curatela e la ricerca tornino a essere considerate risorse e non fastidiose complicazioni.
Messina possiede professionisti preparati e una comunità culturale che aspetta soltanto di essere messa nelle condizioni di crescere. Quello che è mancato finora è il metodo. La capacità di affidare i progetti alle competenze giuste, senza scorciatoie, senza automatismi e senza l’idea che una professionalità possa sostituirne un’altra.
Se il MIRA riuscirà anche solo ad aprire questa discussione, avrà già raggiunto un risultato importante. Perché una città diventa davvero contemporanea quando smette di confondere i ruoli e comincia a riconoscere il valore delle competenze. Le competenze chiedono soltanto di essere messe nelle condizioni di fare il lavoro per cui esistono. Ed è da qui, forse, che Messina può finalmente ripartire.
Mariateresa Zagone










