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Lettera aperta sul percorso scolastico di un ragazzo con ADHD

Oggi, mentre affronta il suo esame orale di terza media, non pensiamo soltanto al risultato. Pensiamo al percorso. Pensiamo a quel bambino che tante volte abbiamo visto soffrire. Pensiamo al ragazzo che oggi si presenta davanti alla commissione con maggiore consapevolezza di sé. Pensiamo alla strada fatta. E sentiamo soprattutto gratitudine.

Gentile Redazione,
scriviamo questa lettera con il cuore in mano: non per accusare, ma per raccontare un percorso che ha attraversato la nostra famiglia tra fatica, paura e incontri che hanno cambiato tutto. Il percorso scolastico di nostro figlio, dalle scuole elementari alle scuole medie, non è stato un semplice cammino. È stato un tratto importante della nostra vita, vissuto giorno dopo giorno con le speranze, le paure e le fragilità che ogni genitore conosce quando vede il proprio figlio faticare.

Oggi, 18 giugno, mentre nostro figlio sta affrontando gli esami orali di terza media, sentiamo il bisogno di fermarci un momento e guardare indietro. Non per riaprire ferite. Non per cercare responsabilità. Ma per dare un significato a questi anni e per raccontare ciò che abbiamo imparato lungo il cammino. Le scuole elementari sono state anni difficili. Difficili per lui, ma anche per noi. Fin dall’inizio ci rendevamo conto che qualcosa non era semplice come per gli altri bambini. Nostro figlio aveva energie, sensibilità, intuizioni e capacità che spesso emergevano in modo disordinato. Noi stessi, come genitori, cercavamo di capire come aiutarlo e come accompagnarlo nella crescita.

Con il passare del tempo iniziarono ad arrivare le prime segnalazioni. Ci venivano raccontate le sue difficoltà, ma spesso in modi che non ci aiutavano a comprenderle davvero. Ricordiamo ancora il disagio provato quando ci venivano fatti esempi riferiti ad altri bambini o quando si cercava di spiegare nostro figlio attraverso paragoni che non avrebbero dovuto trovare spazio in un contesto educativo. Noi non cercavamo confronti. Cercavamo comprensione. Cercavamo qualcuno che ci aiutasse a capire nostro figlio.

Quando arrivò la diagnosi di ADHD pensammo che finalmente avremmo avuto una direzione più chiara. Pensammo che dare un nome alle sue difficoltà avrebbe permesso a tutti di affrontarle con maggiore consapevolezza. Invece, proprio dopo quel momento, iniziarono gli anni che ricordiamo come i più dolorosi. Ci sono immagini che non si cancellano dalla memoria di un genitore. Le telefonate della scuola. La corsa per raggiungerlo. La preoccupazione. E soprattutto la sensazione di trovare un bambino che stava soffrendo senza vedere attorno a lui gli strumenti necessari per aiutarlo davvero. Ci sono stati momenti in cui lo trovavamo nei corridoi in lacrime, sopraffatto dalle emozioni, incapace di gestire ciò che stava vivendo. E ogni volta tornavamo a casa con la stessa domanda: “Cosa possiamo fare per aiutarlo?”

Non cercavamo miracoli. Non pretendevamo soluzioni immediate. Avremmo semplicemente voluto vedere costruirsi attorno a lui un percorso capace di comprendere le sue difficoltà e di valorizzare le sue capacità. Perché dietro quelle difficoltà c’era già il ragazzo che oggi tutti possono vedere. Un ragazzo intelligente. Curioso. Sensibile. Capace. Ma per troppo tempo quel potenziale sembrava restare nascosto.

Anche il rapporto con i compagni non fu semplice. Molto spesso lo vedevamo distante dagli altri bambini. Come se ci fosse una barriera invisibile che gli impediva di sentirsi davvero parte del gruppo. E per un genitore non c’è dolore più grande che vedere il proprio figlio sentirsi solo.

Sarebbe però ingiusto dire che in quegli anni nessuno abbia provato a fare la differenza.  Ci furono persone che videro in nostro figlio qualcosa che altri non riuscivano ancora a vedere.
Persone che provarono a cambiare le cose.
Persone che cercarono di comprendere prima di giudicare.
Persone che provarono a costruire ponti invece che evidenziare distanze.
Forse non riuscirono a cambiare tutto ciò che avrebbero voluto cambiare.
Ma riuscirono a lasciare un segno.

E di quel segno porteremo sempre gratitudine.

Poi arrivarono le scuole medie. E prima ancora delle scuole medie arrivò la paura. Una paura silenziosa. Quella che accompagna i genitori durante l’estate. Quella che ti fa chiedere ogni giorno se tuo figlio dovrà rivivere tutto da capo. Avevamo paura che nulla sarebbe cambiato. Avevamo paura di ritrovare le stesse incomprensioni. Avevamo paura di vedere nuovamente nostro figlio soffrire.

Guardando indietro, oggi possiamo dirlo con sincerità: ci sbagliavamo. Perché alle scuole medie abbiamo trovato qualcosa che non ci aspettavamo più di trovare.

Abbiamo trovato persone.

Persone che hanno saputo vedere nostro figlio prima ancora delle sue difficoltà.
Persone che hanno saputo ascoltare.
Persone che hanno saputo comprendere.
Persone che hanno saputo accompagnarlo.
Per la prima volta non abbiamo avuto la sensazione che nostro figlio fosse un problema da gestire.

Abbiamo avuto la sensazione che fosse un ragazzo da conoscere. E questa differenza ha cambiato tutto. Non perché le difficoltà siano scomparse. Le difficoltà sono rimaste. Ma è cambiato il modo di guardarle. È cambiato il modo di affrontarle. È cambiato il modo di vivere la scuola. E quando cambia questo, cambia tutto il resto.

Anche i compagni hanno avuto un ruolo straordinario. Alle scuole medie abbiamo visto nostro figlio sentirsi parte del gruppo. Lo abbiamo visto accolto. Lo abbiamo visto rispettato. Lo abbiamo visto crescere insieme agli altri ragazzi.

Quella distanza che per anni ci aveva fatto soffrire ha lasciato spazio a rapporti autentici. A sorrisi. A amicizie. A momenti che ogni ragazzo dovrebbe poter vivere.

Oggi, mentre affronta il suo esame orale di terza media, non pensiamo soltanto al risultato. Pensiamo al percorso. Pensiamo a quel bambino che tante volte abbiamo visto soffrire. Pensiamo al ragazzo che oggi si presenta davanti alla commissione con maggiore consapevolezza di sé. Pensiamo alla strada fatta. E sentiamo soprattutto gratitudine.

Per questo vogliamo ringraziare tutte le persone che, in modi diversi, hanno accompagnato nostro figlio con rispetto, umanità e professionalità:
 Attaguile Maria Rosa (professoressa scuole medie)
 Caponata Giusy (insegnante scuole elementari)
 Castiglia Mariagrazia (assistente ASACOM)
 Cipolla Adriana (professoressa scuole medie)
 Curcuruto Catia (professoressa scuole medie)
 D’Argenzio Stefania (professoressa scuole medie)
 Fio Costanza (professoressa scuole medie)
 Galluccio Giusy (insegnante scuole elementari)
 Genovese Martina (professoressa scuole medie)
 Mangano Santina (professoressa scuole medie)
 Nastasi Tiziana Maria Chiara (professoressa scuole medie)
 Pollino Petronilla (professoressa scuole medie)
 Ruggeri Cinzia (professoressa scuole medie)
 Russo Emanuela (professoressa scuole medie)
 Trassari Maria Catena (professoressa scuole medie)

Questa lettera non nasce soltanto dal desiderio di ringraziare le persone che hanno fatto la differenza nella vita di nostro figlio. Nasce anche dalla speranza che possa essere letta da chi ogni giorno entra in una classe e si trova davanti ragazzi con difficoltà, fragilità o percorsi diversi dagli altri. Perché dietro una diagnosi non c’è un problema da gestire. C’è una persona da conoscere.

Dietro la sigla ADHD non c’è un limite che definisce un ragazzo, ma un ragazzo che aspetta qualcuno capace di vedere anche tutto il resto: la sua intelligenza, la sua sensibilità, la sua creatività, il suo potenziale. Noi abbiamo avuto la fortuna di incontrare persone che hanno saputo guardare oltre. Persone che non hanno visto un’etichetta, ma un ragazzo. E forse è proprio questo il messaggio che vorremmo lasciare. Nessun bambino dovrebbe essere ricordato per la sua difficoltà. Ogni bambino dovrebbe essere aiutato a scoprire il proprio valore.

Se questa lettera riuscirà anche solo a far riflettere un insegnante, un educatore o un genitore, allora il percorso che abbiamo raccontato avrà avuto un significato che va oltre la storia di nostro figlio.
Con rispetto,
Una mamma e un papà

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