Il colosso agroalimentare statunitense, che da mesi ha avviato la procedura per la chiusura dello stabilimento siciliano, sembra voler correre spedito verso il traguardo dei 49 licenziamenti, ignorando i tentativi di mediazione, le sollecitazioni istituzionali e perfino l’interesse di potenziali acquirenti.
Ieri si è tenuto il primo esame congiunto tra l’azienda e le organizzazioni sindacali, ma l’incontro — riferiscono i rappresentanti dei lavoratori — si è rivelato poco più che una formalità. Cargill avrebbe ribadito la volontà di chiudere rapidamente, lasciando sgomenti i dipendenti e l’intero indotto che ruota attorno allo stabilimento.
Un tavolo senza confronto e senza verbale
Le sigle sindacali denunciano gravi carenze procedurali e tecniche nella comunicazione aziendale: i dati economici forniti non sarebbero supportati da motivazioni tecniche dettagliate, rendendo di fatto impossibile una valutazione oggettiva delle scelte industriali. Ancora più anomalo il fatto che non sia stato redatto un verbale congiunto dell’incontro — solo un documento firmato dai sindacati — un dettaglio che getta ulteriori ombre sulla trasparenza dell’intero processo. A ciò si aggiunge il mancato coinvolgimento della Regione Siciliana, nonostante fosse stato richiesto un tavolo istituzionale.
Una scelta che, secondo le organizzazioni sindacali, appare come un tentativo deliberato di mantenere la vertenza lontana dai riflettori pubblici.
Un acquirente “fantasma” che l’azienda finge di non vedere
A complicare il quadro, emergono notizie su un potenziale acquirente che da settimane avrebbe manifestato un concreto interesse per l’acquisizione dello stabilimento. Fonti attendibili parlano di contatti e incontri preliminari, ma Cargill — dicono i sindacati — nega l’evidenza e rallenta l’iter, impedendo perfino le visite al sito e l’accesso alla documentazione necessaria.
Una condotta che, nei fatti, vanifica ogni possibilità di continuità produttiva e occupazionale.
Un intero sistema produttivo a rischio
La chiusura dello stabilimento non colpirebbe solo i dipendenti diretti, ma anche decine di aziende dell’indotto: fornitori di materie prime, ditte di manutenzione, imprese di trasporto, sicurezza e pulizia, laboratori di analisi e consulenti locali. Un tessuto produttivo costruito in anni di collaborazione e ora appeso a un filo.
Intanto, l’approvazione da parte della Regione di nuovi progetti legati al settore rifiuti nell’area dello stabilimento alimenta sospetti e interrogativi.
La coincidenza temporale appare, per molti, quantomeno curiosa: che dietro la chiusura si nascondano interessi di riconversione industriale o urbanistica del sito? Nessuna risposta ufficiale, ma la percezione diffusa è che la decisione sia già stata presa da tempo, e che ogni tentativo di salvataggio sia solo un rito formale.
“I lavoratori non sono merce da liquidare”
A questo punto, la vertenza Cargill rischia di diventare un simbolo amaro delle difficoltà industriali del Sud Italia: mancanza di trasparenza, assenza di intervento politico e una multinazionale che, mentre parla di “uscita sensibile”, procede senza esitazione verso la dismissione. I sindacati chiedono con forza l’intervento immediato delle istituzioni — regionali e nazionali — per impedire che una scelta definitiva venga consumata nell’ombra.











