Nella libreria Feltrinelli è stato presentato, il libro “Stalin e il Pci, tra mito e realtà ” di Marco Ferrando. Giacomo Di Leo nell’introdurre il libro si è soffermato sull’uccisione di Pietro Tresso, per mano di Stalin. Un regime basato, di fatto, solo sul terrore. Il giornalista Antonio Mazzeo ha poi posto alcune domande all’autore del libro sul perché il pensiero di Gramsci non è stato seguito poi dal pci.il rapporto tra il Pci e l’Unione Sovietica negli anni della guerra e del primo dopoguerra è affrontato nel libro a partire da un’ampia documentazione di parte sovietica: soprattutto dai resoconti degli incontri di Togliatti e degli altri dirigenti del Pci con l’ambasciatore sovietico emerge un quadro stupefacente dell’allineamento del partito italiano agli obiettivi della politica estera sovietica. Gli ideali propugnati da Gramsci sono stati, in realtà, abbandonati nel dopoguerra.Lo stalinismo non è riducibile alla figura di Stalin, e neppure alla sola storia dell’URSS. Esso non solo ha dominato – lungo l’arco di mezzo secolo – un ampio settore del movimento operaio mondiale, e i movimenti di liberazione nazionale contro l’imperialismo in Asia e in Africa, ma ha anche determinato, per i suoi effetti diretti e indiretti, larga parte della storia successiva al proprio crollo. La caduta del Muro di Berlino, la restaurazione capitalistica in Russia e in Cina per mano delle loro burocrazie dirigenti, la nascita per questa via di nuove potenze imperialiste con i loro enormi riflessi su scala internazionale, sono inseparabili in ultima analisi dalla parabola storica del fenomeno staliniano. Non riguardano solo il passato ma il presente, inclusi i nuovi venti di guerra.Così è stato per il movimento operaio. Le sedimentazioni dello stalinismo permangono non solo nelle organizzazioni e nei partiti che si rifanno apertamente al suo mito, ma anche nell’immaginario di settori dell’avanguardia di classe, politica e sindacale. Nel loro linguaggio, nella loro lettura del mondo (basta pensare al campismo), nella loro impostazione politica e strategica. Ciò è particolarmente evidente in Italia, dove ha operato per sessant’anni il partito staliniano con la maggiore influenza di massa dell’intero Occidente capitalistico, il Partito Comunista Italiano.La cultura del PCI, nei suoi diversi frammenti, è infatti sopravvissuta al partito. Ha smarrito la propria organicità ma non il proprio vocabolario. La “Costituzione nata dalla Resistenza” (invece che dal suo tradimento), la “sovranità nazionale dell’Italia” (cioè dell’imperialismo di casa nostra), i blocchi “progressisti” e di governo con la borghesia liberale, il feticcio della democrazia borghese e dello Stato, le illusioni sull’ONU e la diplomazia mondiale, lo stesso minimalismo rivendicativo sul piano politico e sindacale (inclusa l’estraneità alla tradizione più radicale della lotta di classe sul terreno dell’azione e dell’autorganizzazione di massa) sono tutti ingredienti della tradizione del PCI e della lunga egemonia che questa ha esercitato a sinistra, persino a sinistra del PCI. Non è un caso se tali posture, ben oltre il PCI, hanno dominato in varie forme negli ultimi trent’anni la politica e il pensiero delle sinistre cosiddette radicali. Anche di quelle che dovevano “rifondare” Questa cultura riformista non germinò spontaneamente, o per fattori casuali. Si affermò in un drammatico scontro politico con la cultura precedente del movimento operaio italiano, quella del PCd’I delle origini, e di parte dello stesso Partito Socialista Italiano dei primi anni ’20. Una cultura classista, internazionalista e rivoluzionaria, che aveva segnato ampi settori di massa del proletariato del primo ‘900 e che aveva trovato il proprio sbocco più conseguente nella fondazione del PCd’I a Livorno, quale sezione dell’Internazionale Comunista. Non senza incrostazioni iniziali di estremismo, come nell’impostazione bordighiana, ma su una base coerentemente rivoluzionaria. Una base programmatica e di principio su cui si innestò la riflessione ed elaborazione di Antonio Gramsci, nel segno di un’adesione compiuta al bolscevismo. Le Tesi di Lione del terzo congresso del PCd’I (1926) sancirono tale patrimonio, quello che il togliattismo pochi anni dopo avrebbe liquidato.Certo, il PCI nacque dal PCd’I, ma come sua negazione. Nacque cioè dalla distruzione del PCd’I delle origini – prima di Bordiga e poi di Gramsci – attraverso la sua assimilazione allo stalinismo. L’espulsione “per trotskismo” nel 1930 di metà del suo Ufficio Politico (Tresso, Leonetti, Ravazzoli) per volontà di Togliatti, con l’appoggio determinante di Longo e di Secchia, fu il passaggio decisivo di tale svolta. La svolta di Salerno,..il compromesso storico…e i governi di unità nazionale dei nostri giorni non sono altro che il disvelamento della natura del Pci poi PDS-Ds fino all’attuale PD, la lunga marcia dell’opportunismo…che si conclude con il tentativo della Rifondazione Comunista su basi governiste e fallimentari, quali sono stati i governi Prodi, governi di collaborazione di classe, che hanno bruciato aspettative, energie e speranze di cambiamento di milioni di lavoratori e lavoratrici italiani; governi che hanno votato le agenzie interinali, il più alto tasso di privatizzazioni e il finanziamento alle missioni militari ! Tutte politiche continuate dagli ultimi governi, da Renzi al governo postfascista della Meloni. Di fronte a quest’ ultimo governo è mancata una mobilitazione incisiva da parte della cosiddetta opposizione di centrosinistra. Secondo il Pcl oggi per opporsi a questa deriva reazionaria è necessaria un’altra direzione sindacale e politica, che si deve necessariamente intrecciare. Un’altra direzione politica significa anche la costruzione del partito indipendente della classe lavoratrice, che si opponga a tutti i governi borghesi di centrodestra e centrosinistra, e che proponga un fronte unico di azione a tutti i soggetti politici e sindacali, che dicono di richiamarsi al movimento dei lavoratori. Un partito che si deve battere per il governo dei lavoratori e delle lavoratrici, inteso come il potere delle strutture di autorganizzazione del movimento operaio. E al contempo colleghi gli obiettivi immediati di lotta con una prospettiva generale. E proprio perché un partito comunista è il partito della classe lavoratrice mondiale che si batte per una prospettiva socialista internazionale, deve farsi carico di costruire il partito della rivoluzione mondiale. Questi quattro principi fondamentali sono stati distrutti dallo stalinismo e dalla socialdemocrazia e vanno ricostruiti . L’unità dei comunisti può avvenire su questa base, recuperando questo patrimonio teorico politico comune del movimento operaio, altrimenti siamo nella confusione più totale.











