
venerdì 30 luglio 2010
Riflessioni d Pippo Previti sulla vicenda FIAT
Con una nota, il presidente del Consiglio Comunale di Messina, Giuseppe Previti, è intervenuto in merito alla delocalizzazione della produzione della Fiat. “Sembra un destino ineluttabile - scrive Previti - che, quasi assuefatti dal ripetersi della notizia, affrontiamo con pacata rassegnazione. L’evento già ampiamente consumato dai media e relativo al trasferimento della produzione di una autovettura (monovolume) dallo storico stabilimento Fiat Mirafiori di Torino alla nazione Serba, con la conseguente riduzione di personale nel capoluogo piemontese, mentre di converso, si creerebbero, con questa nuova delocalizzazione circa 30 mila nuovi posti, dovrebbe, per usare un eufemismo, indignarci notevolmente, come cittadini italiani che si sentono di condividere un comune destino. Questa “febbre” da delocalizzazione, figlia solo della logica del profitto senza anima, alla lunga rovinerà gli stessi imprenditori che saranno costretti a “vendere” i loro prodotti (realizzati con costi infimi di manodopera, il più delle volte senza alcuna tutela sindacale e spesso con l’utilizzo di minorenni) elusivamente là dove sono stati costruiti – con costi parametrati a quelli del lavoro - perché nel frattempo, nel paese d’origine la gente per mancanza di lavoro è diventata più povera di quella del paese dove si è voluto delocalizzare. A questo principio non sfugge nemmeno la Fiat, che ha già produzioni in Argentina (1211 addetti), Brasile (9673), Polonia (6113), Turchia (5831), India (1389) e ora anche in Serbia. Ma la FIAT non era solo la fabbrica italiana per antonomasia – con questo marchio si è creato negli anni una sorta di affetto, di attaccamento. Diciamoci la verità, la sentivamo un po’ anche nostra ed eravamo orgogliosi di possedere in Italia un marchio così importante. La FIAT ha accompagnato la nostra giovinezza, è stata la prima autovettura dei nostri padri e di molti dei nostri nonni. Adesso ci rubano anche i sogni – Tutto sull’altare del profitto. Certo la reazione a difesa di Mirafiori è stata forte. Ministri, Presidente del Consiglio, Confindustria, Vaticano, forze sociali e sindacali. Non è stato certamente così con i nostri lavoratori di Termini Imerese. Anche loro hanno una famiglia da mantenere. Ma forse è giunto il momento che ci incazziamo un pò senza eufemismi Forse non dovremmo comprare più macchine Fiat ma solo autovetture prodotte in Italia, magari qualche marca giapponese o tedesca che delocalizza proprio in Sicilia e crea posti di lavoro. Dopo tutto quello che la Fiat ha ricevuto dall’Italia, dopo che si sono riempiti le brache dei finanziamenti e contributi pubblici (dalla rottamazione agli incentivi statali, alla cassa integrazione e quant’altro) adesso se ne vanno o alzano il “prezzo”. Ma ormai non sarà più come prima. Si è persa la “magia”, quella simpatia tutta italiana. “Fabbrica Italia” potrebbe finire come quella birra locale che aveva il nome della nostra città, ma purtroppo per noi, veniva prodotta altrove. La condanna per pubblicità ingannevole è arrivata puntuale. Se continua così a breve potrebbe arrivare anche quella per la Fiat (Fabbrica Italiana Automobili Torino) che di fabbrica Italia non avrà proprio un bel nulla. Questo nuovo Re Magio della finanza torinese, potrebbe alla fine ottenere solo l’esatto contrario di quello di cui si prefigge. Per un imprenditore governare senza regole è l’ideale. Le regole le detta lui. Se non ti adegui sei out. Per ultimo, adesso, si vuole uscire anche dalla Federmeccanica e disdire il contratto di lavoro nazionale che regola il rapporto con i dipendenti del gruppo circa 25000 persone interessate. Alla chiusura dell’attuale contratto che avverrà il 31/12/2012 non c’è ne sarà un altro. Ognuno dovrà, se vuole, rimanere - sottostare alle nuove regole dettate della proprietà (mercato?) altrimenti va licenziato. L’eccesso di sindacalismo, è vero, ha portato a certe storture, ma impareremo a conoscere sempre di più quelle della nuova classe padrona e sarà molto peggio. Lo stato dia i contributi e/o incentivi, etc., solo a chi delocalizza nelle regioni italiane. E gli industriali mettono più etica e meno business, magari investendo anche nel nostro dimenticato mezzogiorno e nella nostra isola, dove una famiglia su cinque non può farsi curare e una su quattro è povera. Auguri Italia.”
