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“Vinafausa. In morte di Attilio Manca” apre la stagione di Clan Off Teatro

Un “misterioso” fatto di cronaca della nostra terra in un’efficace ricostruzione teatrale

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Vite estremamente differenti, vite che non hanno nulla in comune se non quel territorio, quella Sicilia che tra tante meraviglie nasconde eventi misteriosi o stranamente “inspiegabili”, vite quelle di Bernardo Provenzano e Attilio Manca, brillante urologo morto nel 2004, che si incrociano per una circostanza fortuita quanto sfortunata. Una circostanza che è stata, magistralmente, ripercorsa dalla compagnia teatrale “Santina Porcino” nello spettacolo “Vinafausa. In morte di Attilio Manca”, in scena il 5 e 6 Novembre al Clan Off Teatro, la nuova realtà culturale cittadina. 
Bernardo, sin da piccolo, è abituato ad essere un “tratturi”, a non guardare in faccia nessuno, a muoversi con una pistola in mano pronto a seminare morte e distruzione. Attilio, sin da piccolo, è stato abituato a conseguire grandi risultati con il sudore della fronte, fino a quel giorno, quello della laurea in cui ogni sacrificio ha trovato giusto coronamento. Bernardo trascorre il suo tempo pianificando strategie perché nulla venga lasciato al caso e tutta vada per il meglio come è accaduto per la strage di Capaci. Attilio trascorre il suo tempo dedicandosi a semplici hobby come la pesca, e pianificando giorno dopo giorno il domani dei suoi sogni. Un giorno, quando ormai si è distinto nella sua professione, è chiamato ad operare un tale Gaspare Troia dietro cui si cela, in realtà, il boss Bernardo Provenzano. Qualche tempo dopo, quando gli interrogativi nella sua mente erano diventati sempre più numerosi e i tentativi di trovare risposte assolutamente vani, Attilio è trovato morto nella sua abitazione di Viterbo. Iniziano le indagini che ben presto arrivano al verdetto: morto per overdose prima, suicida poi. Il caso viene subito archiviato anche se molte cose non tornano. Una tra tante è costituita da quei fori praticati sul polso sinistro per le presunte iniezioni di eroina. Attilio era mancino e, dunque, se fosse stato egli stesso a compiere quel fatidico gesto, avrebbe iniettato la droga sul polso destro e non sul sinistro. Le tante “incognite” hanno portato alla riapertura del caso ed ecco che dietro la sua morte si è affacciata sempre più un’ombra nera, nerissima come quella di Bernardo Provenzano
Una storia intricata, uno dei misteriosi fatti di cronaca della nostra terra non sicuramente facile da rappresentare sulla scena teatrale. La compagnia “Santina Porcino”, però, è stata capace con un numero di attori esiguo, una scenografia minimalista e degli strumenti semplici di rappresentare al meglio la storia di Attilio Manca. Francesco Natoli, Michelangelo Maria Zanghì e Simone Corso sono stati protagonisti, infatti, di tante piccole scene, di tanti piccoli quadri speculari, anima di uno spettacolo che ha regalato al pubblico momenti di intensa riflessione. La pesca dei girini che impegna il piccolo Bernardo e il padre, ha lasciato il palco alla pesca, all’esplorazione dei fondali del giovane Attilio. La gioia di casa Provenzano dove si gioca con delle macchine giocattolo per ricostruire la strage di Capaci e si festeggia per il buon esito, ha lasciato il palco alla gioia di casa Manca per il conseguimento del traguardo tanto agognato quello della laurea. La preghiera di Bernardo Provenzano che, spaventato, si rivolge a Dio perché l’intervento vada bene soppiantata dalla scena successiva occupata dagli interrogativi di Attilio. Il racconto di quel misterioso giorno rivissuto attraverso la voce della polizia e quella del mafioso che narra come ha pianificato ogni cosa, riuscendo ad anticipare le mosse degli “sbirri”
Una rappresentazione semplice ma resa efficace dall’interpretazione straordinaria dei tre attori capaci di cambiare repentinamente ruolo passando da una scena all’altra, adeguando voce e gesti al nuovo personaggio. Una rappresentazione resa efficace anche dagli adeguati giochi di luce e dai non meno adeguati motivi musicali.  
Un mix di elementi che può considerarsi più che riuscito, anima di uno spettacolo che ricostruisce, con estrema delicatezza, il “misterioso” o meglio il “non detto”, la verità che si preferisce tenere celata dietro menzogne incredibili ma utili. Una verità che vede, spesso, chi si accinge a ricostruirla trasformarsi in un angelo volato in cielo troppo presto, in un nome scritto troppo presto su una tomba bianca. E così Falcone, Borsellino, Manca diventano parte di noi, minuscoli pezzetti del nostro io riflesso allo specchio, vittime di un ingranaggio che hanno provato a disinnescare ma che si è rivelato ben radicato nella realtà dello Stato. Nomi che per qualcuno sono stati solo nomi, pedine da spostare, da distruggere, da essiccare come si fa con una “vinafausa”, per assecondare un ordine superiore ma che per noi tutti, invece, restano inviolabili tasselli di storia che ci aiutano a riflettere amaramente su chi siamo stati, chi siamo e chi vorremmo essere.


domenica 6 novembre 2016

Alessia Vanaria

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