
regia e drammaturgia: Domenico Cucinotta
supervisione drammaturgica e testuale: Mariapia Rizzo
con: Cristiana Minasi; Stefania Pecora; Mariapia Rizzo
progetto scenico: Domenico Cucinotta
consulenza costumi: Isabella Attanasio
“Non c’è miglior modo per glorificare l’Onnipotente che ridacchiare con Lui dei
suoi scherzetti, specialmente quelli meno riusciti…”
Così Winnie in giorni felici.
Siamo partiti da Beckett per metterci in cammino sulla strada di “Clo”,
affascinati in primo luogo dalla raggelante ironia che contraddistingue i suoi
personaggi, e che ne fa (per volere stesso di Beckett che li chiama,
latinamente “persone” –maschere, e non personaggi, nei suoi copioni) dei clown.
Avevamo voglia di parlare di temi talmente alti, da sembrare, alla resa dei
conti, banali: ma questo è l’uomo. Un continuo arrovellarsi intorno ad un paio
di domande fondamentali, quelle che lo tormentano intorno ai quindici anni, che
lo rendono poeta ingenuamente retorico; poi cerca di liberarsi dalla retorica,
di trovare altre vie; e quelle stesse domande lo fanno sorridere della propria
ingenuità adolescenziale. Ma di fatto non smettono di riproporsi, con
l’aggravante che ci si rende conto di condividere questi dubbi e stati d’animo
con ogni altro essere vivente (persino con la “greggia” si rende conto infine
il leopardiano pastore errante). Che certi interrogativi non ci rendano unici,
ma al contrario, ci accomunino con il resto dell’umanità, è a volte, una enorme
disillusione.
E quindi ecco che si rende necessario ricorre all’ironia: per sorridere della
propria condizione.
Da queste riflessioni nasce la figura del clown noir. In Clò sono tre i clown
che vivono sulla scena.
E cosa fanno?
“Troviamo sempre qualcosa, vero Didi, per darci l’impressione di esistere”
Il clown noir compie dalle azioni, che noi abbiamo ribattezzato “alien-azioni”,
poiché molto spesso hanno davvero poco a che fare con chi le compie. Azioni
secondarie, su cui il soggetto precipita la propria attenzione e che servono a
rimandare, a dilazionare l’azione principale.
“Si continua a dilazionare…il momento dell’azione per paura di passare
all’azione troppo presto….e il giorno passa...passa e va…nella più completa
inazione…”
Qual è l’azione principale? Impossibile dirlo. Probabilmente ricercare il senso
di questo nostro passaggio sulla terra. Lo si cerca agendo molto, o
paralizzandosi;
iper vitalismo o al contrario nichilismo, ma il nocciolo oscuro, la domanda,
non cambia: che ci faccio io qui? E’ possibile che non si trovi la risposta ne’
facendo ne’ rinunciando a fare: esistere è una stana cosa: è l’unico caso in
cui la colpa e la condanna coincidono.
Ma non c’è dramma, nel modo in cui la scena di “Clò” parla di tutto questo.
Solo un grottesco sorriso, talmente deformato da somigliare vagamente al
pianto.
I tre clown noir sono tre donne, legate da una parentela insolita, sorelle
figlie dello stesso padre e di madri diverse. I ricordi che hanno del passato
comune sono confusi , forse anche in parte inventati. Sono rinchiuse da un
tempo imprecisato in una stanza senza, per ripararsi, sembrano voler suggerire,
da un vento che rende impossibile stare “fuori”.
Ma quel luogo, così profondo e protetto, si trasforma ben presto in una
prigione. Diventa impossibile, andare fuori, allontanarsi . Ma da cosa è
causata quest’impossibilità? Da un divieto esterno? Dalla paura di ritornare ad
avere a che fare con l’ ”al di fuori”? Il momento di abbandonare la stanza
viene dilazionato oltre misura ed in questa dilazione si dipanano le azioni e
le relazioni delle tre in un eterno susseguirsi di giorni che pretendono di
acquistare un senso.
Questo testo nasce da un lavoro di gruppo intenso e coinvolgente; ciascuno ,
come sempre accade in teatro, ha offerto una parte di se’ e della propria
storia. Vorremmo comunque ringraziare Norberto, Alejandra e Diego, e loro sanno
perché. Ed un pensiero più forte a Paoletta, che ha donato così tanto con la
sua presenza, con il suo addio e che continua a donare anche nell’assenza.